Germania e Italia resistono alla concorrenza cinese

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Ho letto oggi un articolo de Il Sole 24 Ore che racconta come Germania e Italia stiano riuscendo a reggere la concorrenza della Cina e degli Stati Uniti nell’industria. La Germania mostra qualche problema; l’Italia, invece, sembra beneficiare della sua struttura industriale fortemente diversificata.

Vale la pena tornare indietro.

Durante gli anni dei governi Monti, Letta, Renzi e degli altri governi piddini, la quota dell’industria sul Pil era scesa al 16%. È poi risalita anche grazie a un effetto paradossale dei due anni di lockdown: con i consumi praticamente fermi, la quota di risparmio degli italiani sul Pil arrivò al 26%, semplicemente perché gli italiani non potevano uscire e spendere.

Quando i consumi esplosero e arrivò il Superbonus — accompagnato, va ricordato, da moltissime truffe — la quota dell’industria sul Pil tornò al 18%.

Negli ultimi tre anni, a sostenere soprattutto la crescita dell’industria sul Pil è stato l’export extra-Ue. Secondo la mia stima, oggi la quota è arrivata al 20%. A questo ha contribuito, almeno nel Mezzogiorno, anche la Zes: la Campania fu la prima regione dell’Italia meridionale ad adottarla, per poi essere estesa da Meloni all’intero Mezzogiorno, esclusa la Calabria. Non chiedetemi i motivi: la Calabria, per me, resta un mistero.

C’è poi un altro fattore che comincia ad affacciarsi: gli investimenti produttivi esteri.

Ma il fenomeno più interessante dell’ultimo anno, a mio avviso, è un altro. Le piccole imprese italiane stanno diventando medie imprese, aprendo nuovi siti produttivi; e le medie imprese stanno diventando medio-grandi. È un processo tipicamente marxiano, che si intreccia oggi con la diffusione dell’intelligenza artificiale.

Il nuovo modo di produrre e quello che Marx avrebbe definito il compimento del mercato mondiale potrebbero quindi spingere ancora più in alto la quota dell’industria, che nella lettura marxiana rappresenta l’unica fonte di valore.

Se questa ipotesi fosse corretta, il risultato non sarebbe soltanto una maggiore produzione industriale. Potrebbe accompagnarsi a occupazione di buona qualità e, di conseguenza, anche a un possibile rientro di italiani oggi residenti all’estero.

Ci sarà bisogno di ingegneri, operai specializzati, competenze digitali: uomini e donne, ragazzi e ragazze. E, se davvero le aliquote fiscali si avvieranno verso livelli più bassi, potrebbe emergere un ulteriore incentivo.

C’è però un altro cambiamento, forse ancora più importante, che riguarda la cultura salariale. Diversi industriali stanno finalmente comprendendo che il vecchio modello non regge più, semplicemente perché non riescono a trovare una forza lavoro adeguatamente preparata.

Questa, per ora, è la mia ipotesi.

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