1. Le dinamiche conflittuali e le tensioni che sorgono con la diffusione della pratica dell’usura, a partire dal XII secolo nella società medioevale, secondo J. Le Goff, costituiscono, in qualche modo, «il parto del capitalismo». Un parto violento, costellato da ombre minacciose, che rischiano di soffocare i primi vagiti dell’economia monetaria.
Marc Bloch, che è un altro studioso dell’epoca medioevale, ha affermato che la storia si fa con un doppio movimento, vale a dire che la conoscenza del passato getta luce sul presente, ma anche l’analisi del presente ci permette di cogliere meglio una serie di fatti accaduti in passato.
Pertanto, in un mondo in cui il denaro si confonde con “Dio”, vale la pena ricordare un famoso aforisma romano che recita: «A Roma Iddio non è Trino ma Quattrino». Trino indica la Trinità cristiana, mentre Quattrino è una moneta di rame, coniata nel Medioevo e in circolazione, nella nostra penisola, fino alla breccia di Porta Pia. Nella Roma papalina, quindi, si ironizzava sul fatto che il denaro avesse un valore più elevato della fede, in quanto permetteva di soddisfare una serie di bisogni materiali.
A partire dal XII secolo, sul piano iconico, l’usuraio inizia ad assumere la personificazione dello “sterco del diavolo”. Dante lo colloca nell’Inferno e lo immagina con una borsa appesa al collo, sulla borsa è inciso il nome della famiglia, per dire che la dannazione colpisce tutta la casata.
A parte i contorni demoniaci con i quali gli usurai vengono dipinti, Le Goff coglie l’ambivalenza del loro carattere: «Essi sono necessari e detestati, potenti e fragili.»(1)
Con la rinascita dell’anno Mille che vede uno spostamento poderoso degli abitanti delle campagne verso le città, si verifica una ripresa dei rapporti mercantili e degli scambi monetari, che di fatto mettono in pericolo i valori religiosi dei cristiani.
Gradualmente e, a volte, con scosse improvvise, inizia a formarsi un nuovo sistema economico: il capitalismo. Ma l’avvio richiede il ricorso massiccio a pratiche da sempre condannate dalla Chiesa.
In questo processo storico – spiega Le Goff – si viene a costituire una lunga lotta, un lungo braccio di ferro tra il riconoscimento del profitto lecito e la condanna di quello illecito o usura.
E nel passaggio successivo precisa che: «L’usura designa una molteplicità di pratiche, cosa che renderà più difficile stabilire un confine tra il lecito e l’illecito, nelle operazioni che comportano un interesse.»(2)
La distinzione tra usura ed interesse è molto sottile.
Usura e interesse non sono sinonimi e nemmeno usura e profitto lo sono; l’usura ha luogo laddove non vi è produzione o trasformazione materiale di beni concreti.
Essa viene condannata come furto (furtum), rapina (rapinam) e peccato contro la natura e contro Dio.
San Tommaso D’Aquino considerava un peccato il prendere denaro come prezzo, nella concessione di un prestito, per un determinato periodo di tempo.
Il sostantivo usura deriva dal latino “usus” (uso). L’uso del denaro mediante un prestito fa sorgere un compenso per colui che lo cede in prestito. Il verbo usurare esprime, invece, il fatto che quel denaro si consuma nel tempo. La concessione del prestito va incontro al rischio della perdita, della corruzione, in quanto la variabile temporale agisce su quel denaro e lo modifica.
Il fenomeno dell’usura accresce l’inquietudine nella società medioevale e mina i valori dei cristiani, i quali si rifugiano nella Bibbia. Allora, come oggi, chi sono coloro che ricorrono ai debiti? Nell’accensione di un prestito, che cosa significa il termine subprime? Non si riferisce, forse, al fatto che si tratta di debitori senza garanzie patrimoniali e quindi in mano ai “cravattari”?
2. La Chiesa, che guardava con sospetto allo spopolamento delle campagne e la conseguente formazione di nuovi “borghi”, in prossimità delle città, che si espandevano anno dopo anno, cercava di difendere questa massa di “poveri cristi” in fuga, facendo leva sulle ingiunzioni del vecchio e del nuovo testamento.
Quindi, in base al vecchio testamento, per gli ebrei non si poteva chiedere l’interesse a un fratello o a una persona indigente. Una tale azione era da condannare, mentre era consentita nei confronti degli stranieri.
Lo straniero rompe la purezza della regola e richiama il concetto di “reciprocità negativa”, elaborato da M. Mauss, per esplicare che i rapporti mercantili venivano praticati con i membri che appartenevano a comunità, che adoravano totem diversi.
Nel Medioevo, invece, i cristiani non praticavano l’usura nei confronti degli stranieri, ma era considerata lecita nei confronti dei nemici.
Infatti, il famoso Decreto di Graziano del 1140 affermava: «Ove c’è diritto di guerra, c’è diritto di usura».
Siffatta legge è in contrasto con la visione radicale, tracciata nel nuovo testamento, undici secoli prima. Nel Vangelo di Luca, come ci fa notare Le Goff, si affermava: «Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla.»(3)
Nella seconda metà del XIII secolo, quando l’economia monetaria incomincia ad espandersi, in seguito all’affermarsi della classe borghese (mercanti, banchieri e proprietari di piccoli opifici manifatturieri) nelle città e all’uso quotidiano del denaro che ne fanno i nobili e i cavalieri, “madonna Usura” divenne un personaggio importante. La Chiesa ne è scossa, quindi si sforza di elaborare e regolare i rapporti della nuova società in formazione con Dio.
Contro il fenomeno dell’usura, la Chiesa scagliò la sua offensiva, con una serie di Concili nel corso del XIII secolo, ma assunse un peso notevole anche quello tenuto a Vienna nel 1311, da parte di Clemente V.
I cultori dei valori cristiani, oltre a condannare il “furto del tempo”, com’è stato evidenziato qui sopra, accusavano gli usurai di guadagnare anche quando dormivano e nei giorni festivi, quindi si arricchivano senza espletare un lavoro.
Nello specifico, non veniva messa in discussione la funzione del denaro come mezzo di scambio, ma la constatazione che una somma di denaro data in prestito potesse lievitare, in un determinato arco temporale.
In realtà, i cristiani e la Chiesa come istituzione, pur sostenendo che gli usurai lucravano senza faticare, non erano in grado di rilevare che il denaro sorvolava la mediazione di un’attività lavorativa, altrimenti avrebbero dovuto condannare anche il parassitismo di gran parte del clero e dei nobili.
Ciò che li turbava, nella vita quotidiana, era che una “cosa” semplice come il denaro potesse figliare altro denaro: dal “nulla” il denaro (una cosa) generava altro denaro. Ma la qualità di creare qualcosa dal “nulla” apparteneva solo a Dio.
Il ricorso all’ostracismo e alle condanne morali nei confronti di coloro che esercitavano l’attività di usura non era sufficiente a strozzarne il fenomeno, poiché già nel XIII secolo i mercanti-banchieri lombardi e fiorentini esponevano i loro “banchi” nelle pubbliche piazze, per scambiare monete e concedere prestiti.
In quel periodo storico, per i cristiani, lo stravolgimento derivante dalle pratiche dell’usura, è legato alla condizione, a mio avviso, di trovarsi di fronte a forme rozze di quello che Marx chiama «capitale produttivo d’interesse».
Una somma di denaro data in prestito (il capitale) appare, come dice Marx, la fonte misteriosa da cui sgorga il suo accrescimento. Qui il pensiero di Marx, pur riferendosi a forme meno triviali dei rapporti capitalistici, esplicita il concetto del denaro come un feticcio.
Una cosa semplice (il denaro) è già capitale, non subisce trasformazioni, non va incontro al travaglio, pertanto il capitale appare come una cosa semplice.
Dunque, come precisa Marx: «Nel capitale produttivo d’interesse questo feticcio automatico, valore che genera valore, denaro che produce denaro, senza che in questa forma sussista più nessuna traccia della sua origine, è quindi messo nettamente in rilievo. Il rapporto sociale è perfezionato come rapporto di una cosa, del denaro, con sé stessa.»(4)
3. Le Goff sottolinea che la Chiesa e i poteri laici pongono all’usuraio un dilemma ricorrente, quando gli dicono: «Scegli: la borsa o la vita». Ma la sua risposta è: «Entrambe!».
L’idea di bruciare all’inferno, sul letto di morte, molto spesso, non produceva l’effetto di rinunciare alle ricchezze accumulate.
Ma da dove traeva questa forza?
Come ho precedentemente accennato, già nel XIII secolo il dibattito sull’usura ruotava attorno a ciò che era considerato lecito o illecito. Un dubbio assaliva e permeava la mente degli inquisitori. Gli stessi teologi scolastici, in quel determinato periodo storico, introducevano l’eccezione: l’interesse poteva essere tollerato, se connesso a situazioni di estrema necessità o al rischio che la somma di denaro data in prestito non venisse rimborsata alla scadenza, causando un danno a colui che aveva concesso il prestito.
Questo modo di pensare cambia la prospettiva delle condanne sociali dell’usura, in quanto non viene colpito qualsiasi tipo d’interesse che sorge dalla concessione di un prestito, ma prende di mira l’interesse eccessivo o spropositato, lasciando margini di guadagno moderati, derivanti da contrattazioni di mercato, che non si fondano sulla sopraffazione dell’usuraio e lo stato di bisogno estremo del soggetto che ricorre all’indebitamento.
Ai nostri giorni, per le leggi in vigore nel nostro ordinamento, si rientra nel reato di usura, quando si applica un tasso d’interesse oltre la soglia legale e, che corrisponde all’aumento del 50% del Tasso Effettivo Globale Medio.
Il reato d’usura è, molto spesso, ascrivibile a “forme imprenditoriali criminali”, tuttavia, una tale accusa è stata indirizzata anche agli organismi della Troika, in occasione della crisi economico-finanziaria che ha investito la Grecia, nel periodo 2009-2015.
Il riconoscimento della possibilità di poter praticare un interesse lecito affonda le sue radici – osserva Le Goff – sui concetti di «danno emergente e lucro cessante o mancato guadagno», elaborati dai teologi scolastici, nel corso del XIII secolo.
Queste ultime giustificazioni, insieme ad altre, gradualmente, furono convertite in norme del Diritto canonico, le quali contribuirono a creare il terreno per l’istituzionalizzazione della pratica dell’interesse, nella concessione di un prestito, da parte delle banche moderne.
Quando, sul finire degli anni Trenta del XVI secolo, M. Lutero iniziò a scrivere le sue Tesi, si trovò anch’egli ad affrontare il problema dell’usura. La prima questione che dovette riconoscere fu quella relativa al pagamento dell’interesse lecito, fondato su quei principi già sviluppati dagli scolastici, ovvero il danno emergente, connesso alla mancata restituzione del prestito nei termini stabiliti, oppure alla rinuncia a un profitto che sarebbe maturato dall’investimento di quella somma di denaro.
Per Lutero, invece, si cade nell’usura quando il doppio danno (danno emergente o mancato profitto) viene dichiarato da colui che concede un prestito, anche qualora tali circostanze non si siano effettivamente verificate.
A dire il vero, secondo l’analisi di Marx, le filippiche di Lutero contro l’usura rimangono ingenue, nonostante la distinzione appena evidenziata. Il monaco tedesco, che mise in subbuglio l’ordinamento della Chiesa cattolica, è anche lui, come i teologi scolastici, stravolto dall’aspetto del denaro come un feticcio, il quale emerge dalla forma capitalistica esteriore D — D’: « denaro che produce più denaro, valore che valorizza sé stesso, senza il processo che serve da intermediario fra i due estremi». (5)
(1) J. Le Goff, La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere, Edizione Laterza, Bari 2003, p. 4;
(2) Ibidem, p. 8;
(3) Ibidem, p. 16;
(4) https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_24.htm
(5) Ibidem

