Dimenticare la sociologia del lavoro. Da Aris Accornero a Pietro Ichino il passo è breve

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La distinzione tra Indigente (povero) e Disoccupato è il primo e maggior merito di questo libretto di sociologia del lavoro all’italiana (I paradossi della disoccupazione, Mulino 1986). Distinzione che negli anni 90 è andata smarrita, grazie al lavoro di propaganda di rifondazione e confratelli. Hanno fatto di tutto con la retorica della quarta settimana. Alla fine sono riusciti ad appiattire il tema della disoccupazione (che in effetti è scomparso dal dibattito) su quello della povertà. Ancora si sentono forti gli strascichi. Noi saremmo una nazione di straccioni e morti di fame, bisognosi di caritatevole soccorso, e non una nazione di disoccupati, eccetera.
La disoccupazione non ha una valenza assoluta, dice Accornero. Non ci sono dati oggettivi – i disoccupati – misurabili. La disoccupazione è una dimensione relativa, relativa al bisogno (di per sé relativo) che una persona esprime in un determinato momento, e relativa alla volontà di cercare un lavoro. Si può essere nel bisogno e senza lavoro, come lo erano molte casalinghe, e collocarsi volontariamente nell’area dell’inattività – dunque né occupate né disoccupate.
Il laureato che rifiuta un lavoro di facchino, dice Accornero, non viene considerato per questo meno disoccupato; anzi, può essere addirittura considerato ancora tale anche se lo accetta: di lui si dirà che «è costretto a fare il facchino perché non trova lavoro». Ma se chi non ha un titolo di studio rifiuta lo stesso posto, andrà invece incontro a una disapprovazione sociale: il suo rifiuto sarà prova di «scarsa voglia di lavorare», la sua disoccupazione diventerà una scelta individuale, non una responsabilità sociale.
Anche il concetto di lavoro esce relativizzato. Per un laureato, Facchino non è Lavoro, diventa Lavoro per un Ignorante, e lo diventa anche contro la sua volontà – e non conta (per l’ignorante) che la volontà sia ritenuta da Accornero uno dei due requisiti per definire lo status (lo stato) di disoccupato.
Lo Status – sociologema somministrato come zuccherino – lo Stato è introdotto con tecnica prosopopeica, d’emblée, senza commenti, giustificazioni – senza vergogna. Se il Laureato fa il Facchino, allora, si dirà (la società – altro sociologema – dirà) virgolette Il Laureato è costretto contro la sua volontà a fare il Facchino, mentre era destinato a fare il Professore. Dunque, mancandogli uno dei due requisiti, è un disoccupato. Se ha studiato – qui inizia la mia para-psicologia della prosopopea – la società attuale (1985) ha destinato per lui il posto di Professore. Se questo posto non esiste, e, con vergogna, si lascerà andare al facchinaggio, dovrà intendere questa occupazione come una prova accessoria o un discesa agli inferi per saggiarne lo spessore, e mai come un accomodamento che soddisfi le aspettative che la società ha riposto in lui facendolo studiare, eccetera. Anche l’investimento in cultura pretende il suo ritorno economico. E il ritorno economico sarà una misura dello Stato, un indicatore del successo, e non una dotazione per il benestare, prova ne sono gli impieghi che già negli anni Ottanta i Laureati accettavano di esercitare (praticantati, eccetera) con compensi prossimi al rimborso delle spese vive. Mentre l’incolto, il caprone, il ciuccio, non potendo, per ovvie ragioni – non tutte attinenti al titolo di studio, ma anche in questo caso al crudele destino – non potendo fare il Professore, volente o nolente dove collocarsi nella nicchia scavata apposta dalla società, e l’eventuale rifiuto venir bollato con l’infamia generale: il soggetto ha scarsa voglia di lavorare.
Siamo fuori da una dimensione assoluta della disoccupazione, dice Accornero. Nessuno sa dire quanto lavoro manca. Essendo la mancanza il dato prodotto da una matrice prosopopeica – retorica, sociologistica. Non ci sono dati, ci sono solo interpretazioni dei dati. I dati non parlano più. A parlare sono le varie figure create all’uopo dalla scienza positiva. Sappiamo bene che cosa è un Facchino, non sappiamo più – o non vogliamo sapere – chi debba fare questo lavoro che il laureato non vuole e NON DEVE fare. Perché se lo facesse, tutto il castello socio-psicologico crollerebbe, e persino le solide strutture retoriche, ancorché relative, mostrerebbero la loro totale inadeguatezza. Ma fintanto che reggono si può far dire alla società che (cito) mezzo milioni di stranieri presenti in Italia nel 1985 sostituiscono manodopera locale in quei lavori di basso contenuto (tipo i Facchini) non più accetti a lavoratori italiani. È da qui, per quanto mi consta, ma forse anche da prima, che alcune professioni vengono usate per ristrutturare il morente socius italico.
Si tratta di un’operazione complessa che andrebbe approfondita e che ha a che fare con un terremoto che si manifesta nelle economie dei paesi OCSE a partire dalla crisi del 1973, ovvero l’ingresso nel numero delle forze lavoro attive (Accornero preferisce scrivere senza trattino, arricchendo la sua analisi di un ulteriore sociologema) delle donne.
Nel 1985 c’erano gli stessi 13 milioni e 896 mila maschi occupati del 1959: il saldo totale su oltre un quarto di secolo, dice Accornero, è davvero zero!
Sull’intero periodo 1973-85 il 90% dei posti che si sono creati sono andati a donne: un milione e 418 mila su un milione e 597 mila. Se si prende il periodo precedente 1959-73, dice Accornero, si vede come l’occupazione delle donne venisse via via riducendosi. La differenza tra i due periodi è macroscopica: contro una diminuzione del 16% nel primo, c’è stata una crescita del 27% nel secondo.
Se la presenza maschile è rimasta costante dal 1959, anno in cui gli occupati erano 13 milioni 986 mila (13 milioni 634 mila del 2010), la presenza femminile (occupate) è passata da 6 milioni 363 mila del 1959 a 9 milioni 938 mila del 2010. Nel mercato del lavoro è avvenuto un terremoto.
Le cause… le cause! Questo dato – sia esso un sintomo o una causa, persino un sociologema – è di per sé dirompente.

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