shumpeter

Nella sua vasta Storia dell’analisi economia, scritta negli anni Quaranta, Schumpeter dedica un breve paragrafo alla popolazione, al principio malthusiano e agli – importantissimi – aritmetici politici.
Il principio malthusiano, dice Schumpeter, iniziò ad affermarsi dalla metà del XVIII secolo. Né in Germania né in Spagna, dice, ci furono mai malthusiani. Quel poco che si affermò e diffuse fu importato dall’Inghilterra. Gli italiani erano preoccupati, ma non diedero seguito libresco alla preoccupazione. La culla di questo atteggiamento, dice, fu la Francia.
Nel 1760 era chiaro che la lotta combattuta nel Settecento con l’Inghilterra era persa, e che le possibilità di espandere la nazione erano vane. Meglio raccogliersi e accontentarsi di una maturità stazionaria.
In Inghilterra, dice Schumpeter, la situazione era un po’ più diversificata. Non c’erano preoccupazioni sul futuro. Gli economisti del Seicento e del Settecento avevano ragioni a sufficienza per considerare la crescita della popolazione come il motore della crescita economica. Tuttavia, nel breve periodo, alcuni risvolti negativi legati al successo economico e alla industrializzazione, la disoccupazione, in particolare, destarono alcune preoccupazioni. Si perse di vista il lungo periodo, gli economisti, turbati dalle immediate vicende dell’industrializzazione diedero origine a quell’atteggiamento che prese il nome di Principio malthusiano o Teoria della popolazione.
Per ciò che attiene alla Teoria della popolazione, dice Schumpeter, gli studiosi elaboravano le proprie teorie con una scarsa o quasi nulla cognizione di come stessero, nel complesso, le cose. I primi censimenti generali risalgono al 1790 (USA) e al 1801 (Inghilterra), e solo a partire dalla prima decade del XIX secolo dati statistici consistenti cominciarono a essere prodotti con regolarità in Canada e nei principali stati europei. Gli studiosi del Seicento e del Settecento teorizzavano sulla popolazione nell’ignoranza dei dati statistici. Nonostante ciò, questi primi studiosi, Aritmetici politici, gettarono le basi della successiva Teoria della popolazione. Teoria che iniziò i suoi primi passi nel 1686, quando William Petty pubblicò il suo Essay sulla moltiplicazione del genere umano.
Il principio Malthusiano, perfettamente e compiutamente elaborato, emerse nel 1589 dalla mente di Botero, dice Schumpeter.
Le popolazioni, scriveva Botero, tendono ad aumentare, oltre ogni limite determinabile, nella piena misura resa possibile dalla fecondità umana (la vis generativa); i mezzi di sussistenza, al contrario, e le possibilità di accrescerli (la vis nutritiva), sono scarsi e perciò pongono un limite a quell’aumento, il solo limite che vi sia, limite che induce le persone a non sposarsi – il limite negativo, dice Schumpeter, il Ritegno morale di Malthus – salvo che la popolazione non sia periodicamente ridotta da guerre, pestilenze, e così via – il freno positivo di Malthus.
Duecento anni dopo, dice Schumpeter, Malthus non fece altro che ripetere la grande opera di Botero. Seppure la sua formula matematica – la popolazione aumenta in progressione geometrica, mentre la disponibilità di alimenti aumenta in progressione aritmetica – possa apparire originale, in nulla è innovativa rispetto a Botero e rispetto a opere precedenti, quali quelle di Petty (1686), Wallace (1753), Franklin (1751), Mirabeau (1756), Stuart (1767), Chastellux (1772), Ortes (1774), Towsend (1786).
Botero, dice Schumpeter, fu il primo a suggerire una nota di pessimismo che diventerà tema di polemica ai tempi di Malthus, il quale connetteva l’aumento della popolazione con la miseria attuale e potenziale.
Malthus connetteva l’aumento della popolazione con la miseria attuale e potenziale. Con il suo calcolo, scopiazzato da Petty, Wallace, Ortes, e derivante da Botero, formulò in termini matematici (progressione geometrica per l’aumento della popolazione e progressione aritmetica per l’aumento degli alimenti) il rapporto stabilito da Botero tra vis generativa e vis nutritiva, ricavandone una legge di natura.
Questa legge di natura, che connette la popolazione con le risorse disponibili, fa apparire queste ultime come scarse. E presenta la competizione di diversi segmenti di popolazioni come una lotta per l’accaparramento di risorse scarse.
In questo quadro malthusiano si innestano e presentano come verità lapalissiane sia un certo ecologismo radicale, sia un certo marxismo combattivo e parametrico.
Marx considerava Malthus un plagiario, un sicofante di professione dell’aristocrazia fondiaria di cui giustificava Scientificamente le rendite, le sicumere, lo spreco, la spietatezza, eccetera. Bollava queste leggi astratte della popolazione come espedienti degli economisti e della borghesia per far ricadere sul lavoratore le colpe di una eccessiva pretesa o di una eccessiva (o poco eccessiva – le due cose vanno insieme) prolificità rispetto alle risorse del pianeta. Come se le risorse, non ci sarebbe bisogno nemmeno di dirlo, fossero un elemento statico. Una legge astratta della popolazione, dice Marx, esiste soltanto per le piante, e soltanto nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia.
Nel capitalismo, e vale solo per il capitalismo dice Marx, la sovrappopolazione (l’esercito di riserva) è un prodotto della ricchezza, dell’abbondanza, della maggiore produttività. La sovrappopolazione è relativa (Relativa!) al nesso tra lavoro necessario e lavoro eccedente. L’aumento della produttività del lavoro, scrive Marx, comporta necessariamente, nella produzione capitalistica, una permanente sovrappopolazione operaia [leggi: disoccupazione] che è tale solo in apparenza [solo in apparenza!]. Quanto maggiore sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, tanto maggiore è l’esercito e la sovrappopolazione [la disoccupazione].

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