L’impianto normativo del D.lgs. 62/2024 ruota attorno al concetto di “accomodamento ragionevole”, per dire che l’approccio verso la disabilità non si basa esclusivamente sulla diagnosi medica e dunque sulla menomazione, ma tende a vedere l’individuo con disabilità nell’ottica bio-psico-sociale. Su questa direttrice, sin dalla tenera età, ogni desiderio, ogni impulso, ogni forma comunicativa dell’individuo con disabilità devono essere tradotti in bisogni e trasformati, mediante la fissazione di obiettivi, realizzabili e verificabili, in un “progetto di vita”. Come se l’intera vita di un soggetto potesse essere “racchiusa” in un progetto.
Da notare che il “progetto di vita” è un chiodo fisso della Legge 328 del 2000 (Legge che ha sdoganato, in Italia, le politiche sociali del Welfare Mix) là dove all’art. 14 precisa che tale strumento debba garantire «la piena inclusione sociale, scolastica, lavorativa e familiare delle persone con disabilità».
Siccome, però, la finalità di quest’articolo è caduta nel vuoto per circa un quarto si secolo, ecco che dal cilindro magico han tirato fuori la formula “dell’accomodamento ragionevole”, il quale deve sottostare ai limiti del budget delle Amministrazioni pubbliche.
Se nel Paradigma Medico la menomazione è un limite interno all’individuo, in quello Sociale sono le barriere ambientali ad escludere. La virtù dell’approccio bio-psico-sociale sta proprio nell’integrare, in ordine cronologico, le due scuole di pensiero precedenti.
I principi di quest’ultimo Modello, che trovano spazio nelle coordinate dell’ICF, non ancorano in modo esclusivo l’individuo con disabilità a questioni lavorative o produttive, piuttosto l’inquadrano come un soggetto in grado di partecipare a delle attività personalizzate. Pertanto, se una persona con sedia a rotelle manifesta il desiderio di andare al cinema e deve prendere un determinato autobus (Diritto alla mobilità), l’Amministrazione comunale della città deve garantire che quella linea disponga della pedana per accedere al mezzo di trasporto. Ma se la spesa è troppo onerosa, allora la PA si barrica dietro la formula “dell’accomodamento ragionevole”. E siccome a Roma ci sono tantissime strade senza il marciapiede, è facile dedurre che spostarsi con una sedia a rotelle è molto pericoloso.
Altro che impulso all’autodeterminazione del soggetto con disabilità! Nello scrutare i rapporti sociali di produzione quotidiani emerge, invece, che la disabilità è una “condizione di vita” legata al sistema economico di cui le relazioni sociali, appena richiamate, contribuiscono a formare e nel contempo ne esprimono quei valori che, spesso, non collimano con la coesione sociale, anzi si presentano in forme contrastanti e laceranti.
In situazioni estreme, un giovane adulto, con un’elevata compromissione delle sue abilità cognitive, non potrà mai lavorare, continuerà ad essere un “figlio di un Dio minore”, per il resto della sua vita, quindi avrà bisogno dell’Assistenza, per poter vivere, partecipando alle attività sociali e riabilitative di quelle strutture che lo prendono in carico.
Ma tutto ciò presuppone:
1) una capacità produttiva del sistema economico in grado di soddisfare anche i bisogni di coloro che non possono prendervi parte in modo attivo;
2) che le eccedenze vengano destinate alle politiche sociali e non alla guerra.
Una guerra che pervade i rapporti lavorativi, amplifica la competizione tra i lavoratori e ne inibisce la solidarietà, rendendo molto difficili le condizioni lavorative di tutte quelle persone tutelate dalla Legge 68 del 1999, ossia il collocamento mirato per gli invalidi.
Un ambiente di lavoro “tossico”, sul quale premono le aspettative e i bisogni di milioni di lavoratori disoccupati, sottoccupati e precari, non tollera la vulnerabilità, non accetta le debolezze, non trova le ragioni per abbassare i ritmi produttivi e, quindi, non può far sorgere la consapevolezza di rivedere, come dice Leo Essen, «gli obiettivi del sistema economico sociale».
Infine, il D.lgs. 62/2024, a mio avviso, non solo non apporterà mutamenti qualitativi sulle condizioni di vita delle persone con disabilità, ma aumenterà il livello della confusione, quando si pretende di cancellare dal vocabolario la parola handicap (svantaggio) sostituendola con l’espressione “condizione di disabilità” oppure quando si elimina la locuzione “disabile grave” e al suo posto si inserisce l’espressione politicamente corretta come “persona con elevato e intensivo bisogno di sostegno”.
Figli di un Dio minore – in tempi di guerra

