Sono qui come marxista che vota PCI

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Come mai Pasolini si è sempre dichiarato comunista nonostante fosse stato espulso dal partito? Se lo chiede Francesco Guadagni in Passione Pasolini (LAD Edizioni).
Il suo sostegno al Partito comunista, dice Guadagni, suscita ancora curiosità. Gli è stato rimproverato di continuare a definirsi comunista benché il fratello Guido fosse stato ucciso dai comunisti a Porzûs durante la Resistenza. Eppure il suo sostegno al PCI non venne mai meno, neppure dopo la radiazione per presunta indegnità morale.
Il mio atteggiamento è di adesione al PCI, dice Pasolini nel 1975. Voto comunista da quando ero ragazzo, dal tempo dei partigiani [?]. Sono sempre stato dalla loro parte, benché non iscritto. Sono un indipendente di sinistra. Non sono nel Partito comunista, ma lo appoggio nei momenti di lotta, di emergenza. Sono sempre con loro.
Nel Sessantotto, mentre gli studenti scendono in piazza e si diffondono il gusto per la presa diretta e il rifiuto di ogni forma di delega – retaggio di una nuova tonalità esistenzialista – e mentre il sindacalista e il funzionario di partito vengono bollati come bonzi, Pasolini non cede. Quella polemica con il PCI, sostiene, avrebbe dovuto essere condotta nella prima metà degli anni Sessanta.
Il Sessantotto, ricorda David Grieco, è Mary Quant e la minigonna; è la musica beat, il rock, i Beatles, i Rolling Stones che fanno piazza pulita del passato. I sessantottini sono i figli della piccola borghesia emancipata dal boom economico, che ora, immemori, danzano sul corpo di chi è rimasto indietro nella storia: quei poveri cristi, spesso meridionali, che ancora raschiano la terra con le unghie e combattono contro il malocchio; oppure quei miseri, poveri di spirito, ciascuno nella propria cella, nel proprio laboratorio, nel proprio magazzino, ciascuno confinato nella propria sorte salariale, povero e paziente.
Pasolini è qui, dice Grieco: è con questi sconfitti. E con loro torna a rimettersi in circolo come sostenitore del PCI. Non appoggia gli extraparlamentari, se si eccettua un documentario sugli spazzini prodotto da Lotta Continua. Non smette mai di credere nel PCI e sostiene con convinzione Berlinguer. Poi però lo critica, mettendolo in guardia sul Compromesso storico.
Portai una lettera di Pasolini a Berlinguer alle Frattocchie, dice Grieco. Era terrorizzato dal compromesso storico. Diceva che con la DC non si possono avere rapporti: hanno sulla coscienza tutto ciò che è successo dal dopoguerra in poi.
Dopo il golpe in Cile del 1973, Berlinguer comprende che non si può andare al governo neppure attraverso elezioni democratiche e che la rivoluzione attraverso la lotta armata è un’opzione da scartare. Occorre una terza via: una via rimasta un miraggio, interrotta dal rapimento Moro.
Una lunga e martellante campagna di stampa, scrive Desogus nella Prefazione, ha contribuito alla diffusione di un’immagine deformata dei comunisti italiani e del loro partito: un’immagine focalizzata sull’apparato, sulle strutture organizzative e sulla prossimità all’Unione Sovietica. A consolidare questa lettura ha concorso anche un fattore di contesto, legato alla transizione politica e culturale avviatasi dai primi anni Novanta con la definitiva scomparsa della società delle lettere, avvenuta parallelamente alla crisi dei corpi intermedi e, in particolare, dell’istituto del partito.
Eppure il PCI – struttura sociale presente, con il suo collettivo organizzato di cittadini e cittadine, persino nei più piccoli e sperduti comuni dell’Appennino – aveva svolto a lungo una funzione insieme politica e pedagogica.
Che marxismo è quello di Pasolini?
Solo i marxisti amano il passato, scrive Pasolini. I borghesi non amano nulla. Con essi, tutto ciò che era solido e stabile svanisce nel fumo; tutto ciò che era sacro viene profanato.
La salvezza del passato non va confusa con il desiderio di ritorno a una purezza adamitica, come reazione al progresso. La salvezza complessiva implica invece la redenzione (Benjamin) dei deboli della storia; comporta l’ascolto della voce fievole che spira dalle loro sofferenze.
La pietà per gli umili, la difesa dell’umano, di ciò che si esprime nelle penitenze di chi resta indietro, non devono essere intese come ricerca della verità nell’immediatezza del presso-di-sé e del vis-à-vis, nel corpo a corpo con la sofferenza stessa; né come messa in gioco – una spesa senza ritorno – della propria vita di scrittore e pensatore, fino a trasformare l’esistenza in opera d’arte, come Blanchot scrive di Foucault.
Questa gestualità intellettuale della lotta estetica contro un potere anonimo, senza connotati, dice Desogus (In difesa dell’umano), rischia di diventare un mito buono per tutte le stagioni e per tutte le appartenenze politiche: il mito dell’esposizione di sé, della presenza senza pensiero, della passione senza ideologia, del corpo senza filosofia. Sotto questa luce, dice, Pasolini diventa un autore essenzialmente spoliticizzato, privato del suo spirito dialogico, senza profondità, amputato dell’opera, avulso dalla storia, incapace di spiegare i conflitti e di dare forma alla propria protesta se non come gesto consumato nell’attuale teatro post-umano.

PASSIONE PASOLINI

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