Psychopathia Sexualis, pubblicata nel 1886 dallo psichiatra austriaco Krafft-Ebing, ebbe un successo straordinario quanto inatteso. In breve tempo divenne un testo di riferimento internazionale per psichiatri, medici e giuristi. L’opera fu tradotta in sette lingue e conobbe dodici edizioni mentre l’autore era ancora in vita.
Il libro si presenta come una vasta raccolta di casi clinici e di testimonianze. Ma, come osserva Giorgio Agamben, esso è soprattutto una tassonomia: un tentativo di classificare sistematicamente le forme di sessualità non procreativa, definite come perversioni o devianze. Krafft-Ebing cataloga così una lunga serie di comportamenti: ninfomania, omosessualità, voyeurismo, necrofilia, incesto, pedofilia, zoofilia, esibizionismo, urolagnia, coprolalia, gerontofilia, feticismo. L’autore ordina queste manifestazioni in diverse categorie di alterazioni della sensibilità sessuale – parestesia, paradossia, anestesia, iperestesia – e individua alcune perversioni principali, tra cui inversione sessuale, feticismo, sadismo e masochismo.
Il libro non si limita a descrivere dei comportamenti: contribuisce a nominarli e a stabilizzarli come categorie cliniche. Non è un caso che alcune delle configurazioni individuate da Krafft-Ebing abbiano continuato a circolare nella psichiatria contemporanea. Nel DSM-5, ad esempio, il masochismo – l’insieme di sintomi che Krafft-Ebing fu tra i primi a ricondurre a una stessa configurazione patologica – è classificato tra i disturbi parafilici. Viene definito come un’eccitazione sessuale ricorrente e intensa, manifestata attraverso fantasie, desideri o comportamenti, per almeno sei mesi, derivante dall’atto di essere umiliato, percosso, legato o fatto soffrire.
Ma il tratto forse più sorprendente della Psychopathia sexualis è l’effetto performativo che produce sui suoi stessi lettori. Il libro non si limita a registrare dei casi: contribuisce a produrre nuove forme di autoriconoscimento. Molti dei soggetti che scrivono a Krafft-Ebing dichiarano di aver compreso la natura delle proprie inclinazioni proprio dopo aver letto il libro.
Un giovane di ventiquattro anni scrive: «Dall’infanzia ho avuto una sensibilità sessuale pervertita. Da una parte non vi avevo attribuito finora l’importanza che meritava; dall’altra non osavo rivelarla ad altri. Ma, avendo letto la Psychopathia sexualis di Krafft-Ebing, mi sono indotto a parlare di me».
Un altro confessa: «Senza dubbio potrei eseguire con una ragazza una di quelle scene che si leggono in Krafft-Ebing, di umiliazione con crudeltà subita; ma il pudore non me lo permetterà mai».
Un ventottenne racconta: «Tre anni fa scoprii il libro di Krafft-Ebing, che divorai. Dopo un maturo esame di me stesso riconobbi chiaramente di essere un feticista della calzatura, forse anche su base masochistica».
Le testimonianze raccolte nel volume descrivono spesso scenari ritualizzati di dominio e sottomissione. Un tecnico di ventinove anni racconta che frequentare case di tolleranza per farsi flagellare da prostitute era per lui solo un accessorio: il vero obiettivo era essere dominato dalla volontà della donna, sottostare alla legge da lei impartita – stare ai suoi piedi, leccarle i piedi, mettersi a quattro zampe e lasciarsi cavalcare e frustare.
Un commerciante della stessa età tenta il coito con una prostituta ma non riesce ad avere erezione; perché ciò avvenga è necessario che la donna lo minacci e lo percuota. Solo quando riesce a immaginarsi completamente in balia della donna prova piacere. Tuttavia la fantasia raramente è sufficiente, perché egli sa che, in realtà, la donna agisce secondo la volontà dell’uomo.
In fondo, a porre la donna sul piedistallo è ancora l’uomo. A porre la trascendenza della Legge è sempre l’uomo. Per evitare le conseguenze del caos deve farsi flagellare.
Un ingegnere trentottenne, coniugato, racconta di non poter resistere al bisogno di recarsi periodicamente da una prostituta – da lui istruita in precedenza – e di mettere in scena con lei una sorta di commedia masochistica: appena entrato nella stanza, la donna lo afferra per le orecchie e lo trascina per la camera rimproverandolo come un bambino – «Che cosa fai qui? Non sai che dovresti essere a scuola?» – schiaffeggiandolo e percuotendolo finché egli non si inginocchia e chiede perdono.
Un altro caso descrive un rituale ancora più elaborato: un tecnico incontra per strada una prostituta, preventivamente istruita, e le offre venti marchi per accompagnarla. Una volta giunti a casa della donna, dichiara piagnucolando di avere soltanto cinque marchi. La donna lo insulta, gli strappa il denaro e poi perquisisce minuziosamente i suoi abiti finché non trova un biglietto da cento marchi cucito all’interno.
La scena è rivelatrice. Il potere della donna è accuratamente costruito dall’uomo stesso. Il dominio deriva da una rappresentazione controllata. Molte delle situazioni descritte nella Psychopathia Sexualis non sono semplicemente episodi clinici, ma veri e propri teatri della fantasia moderna, in cui il soggetto mette in scena la propria subordinazione.
Se la psicoanalisi ha individuato nella scena edipica il luogo di derivazione della legge – la legge che nasce dall’interdizione paterna e dall’interiorizzazione del divieto – qui sembra delinearsi un’altra scena di fondazione.
Nella scena masochistica la legge non deriva dal padre, ma da un contratto. L’uomo stabilisce con la donna un accordo preliminare: la donna, che è controllata dall’uomo stesso, accetta di assumere una posizione di superiorità, di dominarlo e di impartirgli ordini.
La legge che regola la scena non è quindi imposta dall’esterno: è prodotta contrattualmente dal soggetto che vi si sottomette. Il paradosso della situazione sta proprio qui. Colui che chiede di essere dominato è anche colui che organizza e garantisce le condizioni del dominio. La donna riceve il potere di comandare solo perché l’uomo glielo conferisce e lo mette in scena.
La scena masochistica appare dunque come una sorta di controfigura della scena edipica. Non l’interdizione che discende dall’autorità paterna, ma una legge che nasce da un patto, da una delega volontaria di potere. Il soggetto non subisce la legge: la produce, per poi sottomettersi ad essa.
Le situazioni raccolte da Krafft-Ebing nella rubrica masochista possono essere lette non solo come descrizioni cliniche, ma come microdrammi giuridici della modernità, in cui il desiderio costruisce la propria legge e la mette in scena sotto forma di rituale.
Il Contratto Sociale

