Bruno Bettelheim, dal 1944 al 1973, in qualità di Direttore della Scuola Ortogenica di Chicago, dedicò gran parte del suo tempo e delle sue energie lavorative ai processi di apprendimento dei bambini e degli adolescenti con gravi turbe psichiche. Molti dei soggetti, che frequentarono la sua Scuola, erano stati diagnosticati da alessia incurabile, cioè una specifica forma di afasia.
Malgrado queste diagnosi disperate, un’osservazione approfondita dei processi inconsci, in atto in questi bambini e l’applicazione di metodi terapeutici ed educativi basati sul pensiero psicanalitico, hanno permesso a molti di loro di superare i gravi ritardi, che avevano accumulato.
Negli anni successivi inizia un percorso di ricerche, con il prezioso supporto della moglie Karen Zelan, sulle difficoltà di lettura, riscontrate dai bambini “normodotati”, nelle scuole primarie pubbliche. Il Welfare State statunitense, prima dell’avvento delle politiche sociali di Reagan, ha ancora un peso nella vita delle classi sociali meno abbiente.
Nonostante i medici tedeschi Adolph Kussmaul e Rudolf Berlin avessero individuato la dislessia, ossia la “cecità alle parole”, intorno al 1877, a distanza di un secolo non ci sono accorgimenti pedagogici, rispetto alla questione. In Italia, il riconoscimento dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) è avvenuto nel 2010, con la Legge 170.
Bettelheim, dunque, si muove con largo anticipo e il suo approccio non si fonda sulle strategie compensative e dispensative previste dalla legge appena citata, non si limita all’individuazione dell’etichetta e alla predisposizione di un PDP, egli osserva ed analizza non soltanto le difficoltà di lettura dei bambini, ma soprattutto prende in considerazione i contenuti del processo di insegnamento e le modalità attraverso cui vengono veicolati. In queste articolazioni attribuisce rilevanza al ruolo che giocano i processi inconsci sulla vita emotiva ed affettiva dei bambini. Qui c’è un passaggio dirimente: l’apprendimento implicito delle connessioni di significati va “oltre le righe” e al di sotto della superficie dei testi proposti.
Nella vita di un bambino, la capacità di leggere, intesa come abilità a decifrare i segni astratti e codificati del linguaggio e comprenderne il significato, segna un momento di forti tensioni tra il timore dell’insuccesso e il desiderio di scoprire l’ambiente circostante.
La lunga esperienza di Bettelheim nella Scuola Ortogenica gli diede la forza di non agire frettolosamente e di non ripercorre il solco della dislessia evolutiva, legata a fattori congeniti. Tutto ciò non per negare l’evidenza scientifica del fatto che una persona dislessica, non vedendo una lettera che forma una parola, ritarda fortemente il processo di lettura, ma per sottolineare che tecnicamente si può leggere bene, senza capire un accidente di quello che si legge, come succede in coloro che sviluppano una sorta di linguaggio ecolalico o a pappagallo.
Un bambino che impara a parlare, nel periodo di sviluppo del linguaggio, se non vive problemi sensoriali o cognitivi di varia natura, quando sente la parola gatto, associa l’immagine acustica al concetto di gatto.
La decifrazione di un segno linguistico astratto, come la parola scritta gatto, invece, presuppone il riconoscimento dei singoli grafemi che formano quella parola e la sua lettura unitaria ovvero l’unione delle sillabe gat + to.
Un bambino cieco non potrà mai captare visivamente quel segno astratto, ma può imparare a toccarlo attraverso il metodo Braille. Nel caso di uno studente ipovedente, con una forte limitazione del capo visivo, egli potrà decifrare visivamente il segno linguistico, associato al significato di gatto, se l’unione delle sillabe, che formano la parola, ricade interamente nell’area della retina, denominata foveola. In quest’area, i coni, ossia le cellule sensoriali deputate a discernere i dettagli, rendono “udibile” l’immagine della parola gatto e attraverso il nervo ottico, l’informazione viene elaborata dal cervello.
Ma ritorniamo agli scolari “normodotati”!
Dopo il primo giorno di scuola, la vita di un bambino non sarà più la stessa. Interviene un grande cambiamento.
I mal di pancia legati all’ansia sono all’ordine del giorno e nonostante tutti gli accorgimenti attuali, rivolti all’accoglienza dei bambini, l’ambiente scolastico rimanda un messaggio cardine: «A scuola bisogna fare affidamento sulle proprie forze» o «Devi contare su te stesso, anche se non hai voglia».
Il discorso di Bettelheim è privo di fronzoli e sostiene che il modo in cui venga presentata la lettura al bambino assuma un valore determinante, poiché se essa appare come un’esperienza interessante, allora la fatica di imparare a leggere viene ricompensata in modo congruente.
Durante il processo di iniziazione alla lettura, il soggetto vive forti e ambivalenti spinte emotive. Egli «è fiero di saper leggere qualche parola, ma l’eccitazione iniziale sfuma, quando ci sono testi che lo costringono a leggere infinite volte la stessa parola». (1)
In queste circostanze, il riconoscimento della parola degenera in vuoto apprendimento meccanico.
Se il processo di iniziazione alla lettura procede in modo tale che, alla frustrazione e fatica iniziali, segua la sensazione o percezione che possa diventare un letterato, con molta probabilità il bambino sarà spinto a leggere dei libri spontaneamente, senza forzature.
Ma cosa significa letterato?
Il concetto – illustra Bettelheim – non si riferisce esclusivamente alle capacità di leggere e scrivere o mostrare che si padroneggi un’ampia conoscenza, ma ha una miriade di sfaccettature: dalla capacità di leggere un articolo scientifico a quella di godersi un componimento di J. Joyce o M. Proust, senza dimenticare l’abilità di interpretare un articolo di giornale che parli di politica o la valenza di discernere le complicate clausole presenti nei contratti giuridici e così via dicendo. Ma qui interessa approcciare il fascino che esercita la condizione di letterato per chi sta imparando a leggere e scrivere.
Si può essere tecnicamente letterati ma funzionalmente illetterati. Per coloro che non vengono stimolati dal gusto o dall’amore per la lettura a casa, dai propri familiari, il percorso di imparare a leggere può incontrare dei grossi ostacoli, se non trovano un supporto significativo negli insegnanti.
Ordunque, – sottolinea Bettelheim – un conto è imparare a leggere da testi che affascinano il bambino, un altro è quello di imparare da testi privi di significato, che sviliscono il suo interesse per la lettura, ma è obbligato ad imparare tramite gli esercizi di decifrazione e riconoscimento dei segni linguistici astratti.
Tuttavia, il processo educativo è caratterizzato da una grande contraddizione interna: da un lato favorisce la crescita culturale del bambino, dall’altro lo sottopone a rigide procedure burocratiche, che tendono a prevalere, rispetto a quelli che sono i bisogni di sviluppo di ogni soggetto che apprende.
Tali procedure affondano le loro radici nel sistema educativo moderno, costruito sulle finalità della produzione industriale, facendo somigliare, come ci ricorda K. Robinson, la scuola a una fabbrica. Ragion per cui ha preso il sopravvento la partizione binaria tra accademico e non accademico, intelligente e non intelligente, eccetera.
Tanti bambini ed adolescenti hanno beneficiato di questo modello dicotomico, che più che a svegliare tende ad anestetizzare le loro menti e i loro corpi, ma negli ultimi decenni una parte consistente delle nuove generazioni è pervasa dal morbo del disturbo dell’attenzione, il quale, in base alle ricerche di K. Robinson,(2) non è tanto collegato all’utilizzo del cellulare e di altri dispositivi tecnologici, quanto piuttosto al tentativo del sistema educativo di formare degli studenti che diano delle risposte standard, in relazione ai problemi che devono risolvere. Ma soprattutto si cerca di formare degli studenti che agiscano negli stessi termini di come altri studenti hanno agito in passato, quando le circostanze sono mutate. Non esiste una sola modalità di considerare l’utilizzo di un fermaglio per la carta, secondo K. Robinson, come non esiste una sola modalità di montare una bicicletta, secondo B. Betteleheim.
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(1) B. Bettelheim e Karen Zelan, Imparare a leggere. Come affascinare i bambini con le parole, Feltrinelli 1982, p.17.
(2) Ken Robinson, Cambiare i paradigmi dell’educazione, https://www.youtube.com/watch?v=SVeNeN4MoNU

