L’inferno del genocidio a Gaza, Wasim Said

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Dopo il lungo cammino a piedi, sfollati da Beit Hanoun, raggiungiamo l’ospedale al-Shifa, poi proseguiamo verso sud, passiamo dalla casa alla tenda. Cerchiamo rifugio in una scuola, un asilo, un ufficio, un cortile d’ospedale, un’università, siamo in esilio dentro la nostra stessa patria. Nemmeno le convenzioni che considerano le università e gli ospedali delle zone franche possono proteggerci. Le granate ci raggiungono anche qui.
Tutto questo accade a esseri umani come te, sullo stesso pianeta in cui vivi tu. Ma tu non ci vedi come le persone che siamo. Il tuo inconscio politico aspira a una giustizia infinita, e non distingue un medico, un insegnante, da un uomo armato. Per le tue bombe e per la tua teologia-politica siamo tutti uguali – uguali a niente. E così anch’io sono forzato a dimenticare chi sono. Non sono più lo studente universitario appassionato di scienze e fisica. La mia famiglia, una famiglia colta, istruita, non è più una famiglia, ora è niente, come questi altri 20 mila niente che sono in fila davanti ai dieci bagni di questa scuola. Fai il conto: un bagno ogni duemila persone. Perché se vuoi la nuda verità: noi non contiamo, non abbiamo valore sulla bilancia di questo mondo ingiusto. Se il mondo ci vedesse come esseri umani, lo sterminio finirebbe. Ma la logica dei diritti umani si presta a convertirsi nel suo contrario – voi lo sapete, e ne approfittate. Ci pesate sulla bilancia del vostro diritto umanitario e qui siamo meno che bestie – sacrificabili.
E ora… la farina è diventata il nostro sogno e il nostro traguardo? La calamità ci ha ridotti a questo?
Oggi soffro terribilmente per una crisi alimentare soffocante. I valichi sono chiusi da 50 giorni, la carestia incombe e tutto ciò che ci resta è mezzo sacco di farina. È passato un anno e mezzo, e uno dei nostri sogni più grandi è possedere un sacco di farina. La farina, che un tempo non occupava i nostri pensieri, ora riempie le menti, i sogni, le attese. Il mio desiderio di procurarmene uno ha seppellito il sogno di diventare uno degli esploratori di questo universo.
Davanti al forno non c’è una fila, ma un campo di battaglia: corpi che si urtano, braccia che spingono, urla, imprecazioni; bambini che soffocano tra le gambe. Vedo uomini colpiti cadere; non puoi attraversare questa folla da solo: devi essere parte di un gruppo, di una squadra, a volte di una banda. Solo così ti fai strada verso lo sportellino di ferro, da cui vengono lanciate le pagnotte come fossero elisir di salvezza.
Appena arrivati alla piazza del forno – o meglio, al campo di battaglia – comincia lo scontro. Spingiamo con tutta la forza, coordinandoci, cercando il punto debole per sfondare il muro umano. Ma questi uomini sono come me – sorelle e fratelli, sfollati e affamati come me. Ma non conta niente. Siamo tutti uguali, siamo tutti affamati, siamo tutti senza volto – degli esseri generici, ridotti alla fame, ridotti a niente.
Nel mezzo di questa lotta, un’altra lotta si accende dentro di me: tra chi sono e chi sto diventando. Che cosa sto facendo? Combattere la gente per un pezzo di pane? E questo che fa uno studente universitario, un intellettuale? Non dovrei essere d’esempio?
Voglio fuggire da qui. Non voglio più il pane. Voglio restare fedele a me stesso. Non voglio trasformarmi in una bestia. Voglio restare un esempio, come un tempo. Poi mi torna in mente il pianto di mio fratello, addormentato tra le lacrime, con la pancia vuota. Quel suono rimbomba come un tuono. Spazza via ogni pensiero. Non voglio altro che pane. Non desidero altro che sfamare i miei fratelli. Mi faccio forza. Punto i piedi a terra e spingo il corpo in avanti verso la piccola finestra di ferro. Riesco a raggiungerla, infine. Allungo la mano, la gioia mi arde dentro, mentre vedo l’operaio contare le pagnotte che danzano sul nastro del forno. Quando finalmente sono nelle mie mani mi chiedo: ma questo è un uomo? Un senso di colpa mi pervade, anche se so, per averlo letto e ascoltato mille volte, che il senso di colpa per questo pane che ho sicuramente sottratto alle persone che ho superato scalciandole e calpestandole, danneggia solo noi vittime, e ci danneggia accomunandoci ai carnefici. C’è stata sicuramente una catastrofe, noi sopravvissuti siamo passati attraverso una tale prova che anche la morte sembra una fine accettabile. Perché affamandoci, il vostro scopo era farci diventare come voi.

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