Conti pubblici: occhio al 22 settembre

Ho lavorato dalle 4:30 alle 6:30. Adesso, finalmente, sono libero.

Leggo il Messaggero e mi imbatto in Andrea Pira, che tre anni fa è arrivato lì da Milano Finanza. Lo conosco come una firma seria, e soprattutto come uno dei giornalisti italiani che meglio conoscono i conti pubblici. Era anche molto vicino a Guido Salerno Aletta. Pira ha una caratteristica che, in questo ambiente, non è affatto scontata: documenta quello che scrive, cita le fonti e difficilmente si lascia trascinare dalle semplificazioni.

E allora vale la pena prestare attenzione a quello che potrebbe emergere nei prossimi giorni.

Il 22 settembre Eurostat e Istat comunicheranno la revisione dei dati 2025 su deficit, debito e PIL. Formalmente sarà un aggiornamento statistico. Per chi conosce un po’ il funzionamento della macchina della finanza pubblica europea, potrebbe essere molto più di questo.

Forse non tutti ricordano che ad aprile Eurostat aveva certificato un deficit al 3,1%. Bastavano circa 600 milioni per scendere sotto la soglia del 3%, ma quei 600 milioni hanno fatto la differenza e la procedura per deficit eccessivo è rimasta in piedi. Tutto questo dopo quattro anni nei quali la pressione fiscale e gli interventi sui conti pubblici sono stati tutt’altro che irrilevanti.

Da aprile ad agosto, però, è successo qualcosa che dall’esterno si vede poco.

La Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Economia (soprattutto il MEF) e gli altri ministeri hanno dovuto trasmettere alla Ragioneria generale dello Stato i dati aggiornati, le riclassificazioni e i risparmi effettivamente conseguiti nel 2025. Parliamo, secondo le informazioni che circolano nei circuiti che seguono queste partite, di circa 2,5 miliardi di euro che a fine dicembre non risultavano ancora contabilizzati.

Se questa ricostruzione sarà confermata dai numeri ufficiali, il dato che uscirà il 22 settembre potrebbe quindi essere molto diverso da quello che molti stanno ancora utilizzando come riferimento.

Non mi stupirei affatto di vedere il deficit al 3%, o persino qualche decimale sotto quella soglia.

E qui viene la parte interessante.

Perché il passaggio sotto il 3% non è soltanto una questione estetica o una buona notizia da comunicato stampa. Significa uscire dalla procedura per deficit eccessivo e cambiare concretamente il quadro nel quale vengono valutati i margini di bilancio dell’Italia. Nel perimetro delle regole europee e del Trattato di Maastricht, la chiusura della procedura potrebbe liberare spazi finanziari nell’ordine di circa 22 miliardi di euro.

È questo, a mio avviso, il dato da tenere d’occhio.

Naturalmente, finché Eurostat non mette il numero nero su bianco, resta una ricostruzione. Chi lavora sui conti pubblici lo sa bene: tra un dato che circola nei ministeri e quello che alla fine viene certificato possono esserci sempre riclassificazioni, aggiustamenti e sorprese.

Ma proprio per questo suggerisco di guardare con attenzione al 22 settembre.

Nel frattempo leggo che Macron si prepara a varare in Francia una manovra pesantissima dopo il declassamento del rating. Anche qui, chi osserva dall’interno i conti e soprattutto la sostenibilità politica delle politiche di consolidamento sa che esiste un limite oltre il quale la matematica di bilancio comincia a scontrarsi con la realtà sociale.

La Francia potrebbe avvicinarsi rapidamente a quel limite.

Pubblicato il: 20 Set 2026 alle 14:27

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