Rimettere le cose in ordine

Cerchiamo di rimettere le cose in ordine e, soprattutto, di parlare non di immaginario ma di reale.

Oggi sul Messaggero c’è un editoriale di Marco Fortis. Vale la pena leggerlo con attenzione. L’Istat non fa le revisioni di crescita, deficit, debito e quant’altro una volta sola. Le fa una volta, poi ancora, poi ancora. La serie storica viene continuamente aggiornata man mano che arrivano informazioni più complete.

Ieri è arrivato il dato Istat. E immediatamente è partito il delirio sul 3,1%.

Io, invece, sono andato a guardare la serie storica. E anche Fortis ha fatto la stessa cosa. Secondo le nuove revisioni Istat, la crescita REALE, cioè quella depurata dall’inflazione, non sarebbe stata del 6,4% ma del 7,4% dal 2019 al 2025.

Questa è una differenza enorme.

Poi c’è un altro dato che merita attenzione. L’Istat informa che lo scorso anno i consumi hanno apportato un 1% di crescita, anche in conseguenza dell’abbattimento delle scorte. È un fenomeno che va letto nel contesto di una fortissima incertezza economica mondiale e del caro energia.

Io, intanto, guardo quello che succede a Pontecagnano, tra Eboli e Salerno, e forse fino ad Angri. File continue di automobili. La gente si muove, lavora, consuma, prende la macchina come se il Paese non fosse immerso nella catastrofe permanente che viene raccontata ogni giorno.

Poi leggo che in Francia il 15% dei benzinai è chiuso per mancanza di carburanti e che la benzina costa 2,40 euro. In Olanda 3 euro.

Sono numeri, ma sono anche realtà quotidiane. E qualche volta basta guardarsi intorno per capire che l’economia reale non coincide necessariamente con il racconto che ne viene fatto.

Ieri Snam ha comunicato che le scorte di gas in Italia sono al 90% e che l’inverno è in sicurezza, a differenza dell’Ue.

Oggi leggo di 20 miliardi di taglio delle tasse, di detassazione degli aumenti salariali — non so se nel pubblico impiego la misura rientri nello stesso perimetro — mentre dallo scorso anno i premi e la produttività nel settore privato sono tassati con flat tax.

Insomma: REFLAZIONE SALARIALE TIMIDA.

E chi non la vuole vedere, semplicemente, non la vede.

A me non interessa chi la faccia. Destra, sinistra, centro, rivoluzionari: non è questo il punto. Il dato reale è un altro.

Ci sono ancora 28 miliardi di PNRR, ultimo residuo di pagamenti Ue. Poi c’è la spesa comunitaria delle Regioni, ci sono le spese dei vari ministeri, c’è l’apporto della tassazione derivante dal contrasto all’evasione e al lavoro nero, e c’è la crescita stessa dell’occupazione, anche quando è precaria. Ma è REALE.

Io queste cose le vedo nel mio lavoro.

Le utilities hanno annunciato 35 miliardi di investimenti l’anno fino al 2035. La ZES verrà estesa anche al Nord.

E sapete cosa significa?

Significa che bisogna tornare a guardare all’industria. Quella che, in termini marxiani, produce valore.

Perché il peso dell’industria sul PIL, in termini percentuali, è crollato con Monti e con i governi di centrosinistra al 16%.

Mi fermo qui.

Perché a un certo punto c’è una scelta molto semplice da fare: si può continuare a vivere dentro i social, nei media, nei “giornaloni”, nelle opinioni degli “intellettuali”, nei siti specializzati e nelle discussioni infinite sul nulla. Oppure si può uscire di casa e guardare cosa sta succedendo.

Io preferisco la seconda. A me basta lavorare, godermi la famiglia e farmi quattro risate con amiche e amici.

Adesso vado al Caffè Risorgimento, dove mi aspetta Maria. Ha ordinato Calabresi a Bologna. Mi prepara un ottimo caffè, ascoltiamo ottima musica, il bar è pieno di lavoratrici e lavoratori. LA CARNE VIVA DEL PAESE. E qualche volta ballo anch’io, magari quando parte un pezzo di Tina Turner.

È da lì che bisogna ripartire: dalla realtà.
Perché c’è poi un’altra questione, molto più grande, che riguarda il funzionamento del capitalismo finanziario degli ultimi trent’anni.

Per trent’anni il mondo finanziario ha realizzato immensi buyback azionari, sostenendo il prezzo dei titoli e garantendo liquidità ai fondi, mentre la Cina utilizzava una parte molto più consistente delle proprie risorse per immetterle nell’economia reale.

Adesso qualcosa sta cambiando.

Due giorni fa Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, ha affermato che nel mondo nel 2027 si faranno investimenti reali nell’Intelligenza Artificiale. La Cina, su questo terreno, si era già preparata dal 2010 e oggi, secondo questa lettura, sta superando tutti.

Il punto vero è che il contesto del mercato mondiale sta cambiando.

E quando cambia il contesto, anche il capitale fittizio — quello che per anni ha potuto muoversi soprattutto all’interno della finanza — comincia a confrontarsi con la necessità di tornare nell’economia reale.

È questo il passaggio che, a mio avviso, molti stanno ancora sottovalutando.

Una massa enorme di liquidità potrebbe essere costretta a cercare nuovi impieghi produttivi. E qui si apre la questione europea.

L’Ue non sembra perseguire la stessa strategia. Sta puntando soprattutto sugli armamenti, spesso non dual use e dunque, in questa lettura, non immediatamente rilevanti ai fini della produzione di valore marxiano.

È una contraddizione che prima o poi presenterà il conto. E per questo ritengo che l’Europa sia esposta a un rischio di forte disallineamento rispetto al nuovo ciclo mondiale.

L’attacco, se vogliamo chiamarlo così, arriva da più fronti: da est e da ovest.

Nel caso italiano, però, c’è una particolarità che merita di essere osservata. Le aziende semi-pubbliche, attraverso i buyback, hanno aumentato le quote azionarie in loro possesso. Ho letto che a livello governativo si starebbe ragionando sulla possibilità di privatizzare la quota eccedente il 30-33%, sia come forma di controtendenza rispetto alla caduta del saggio di profitto — Grossmann, anni Trenta — sia per finalità pubbliche. Su questo, però, non mi sbilancio. Se ne saprà di più nelle settimane e nei mesi autunnali.

Ed è proprio lì che suggerisco di guardare. Non ai titoli di giornata, non alle guerre sui social e nemmeno alle dichiarazioni rituali dei vari schieramenti. Ai flussi di capitale. Agli investimenti. Alla produzione. All’occupazione. E soprattutto a dove finirà la liquidità quando il vecchio equilibrio finanziario comincerà definitivamente a non essere più sufficiente. Perché alla fine, come sempre, sarà l’economia reale a presentare il conto alla finanza.

 

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