Per Francia e Eurozona non si annuncia un 2027 felice

Sul Sole 24 Ore di domenica 20 aprile ci sono due articoli sulla Francia che, letti con un minimo di attenzione, raccontano molto più di quanto sembri.

Il primo è firmato da Isabella Bufacchi, una giornalista che da sempre segue con particolare rigore i conti pubblici italiani e il funzionamento delle istituzioni europee. In un passaggio indica un numero che, nei circuiti finanziari, dovrebbe far riflettere: l’esposizione riconducibile alle banche francesi arriverebbe a circa 765 miliardi di euro, contro i 280 miliardi delle banche italiane.

È un dato che va letto nel modo corretto. Le banche francesi sono fortemente capitalizzate, questo va detto con chiarezza. Ma capitale e rischio sovrano non sono la stessa cosa. Quando il giudizio dei mercati sul debito di uno Stato comincia a deteriorarsi, il sistema bancario di quel Paese non rimane necessariamente immune.

Ed è qui che entra in gioco quello che nei mercati viene definito doom loop: il deterioramento del rischio sovrano si trasmette alle banche che detengono attività legate a quello Stato; il peggioramento delle condizioni delle banche, a sua volta, può alimentare ulteriormente la percezione di rischio sul Paese.

Non è una dinamica teorica. È uno dei meccanismi che le autorità europee hanno cercato di spezzare proprio dopo la crisi del debito sovrano.

La politica monetaria restrittiva della BCE, necessaria per contrastare l’inflazione, ha avuto inevitabilmente effetti pesanti sull’intera eurozona. Ma alcuni Paesi sono molto più esposti di altri all’aumento del costo del denaro e al progressivo rifinanziamento del debito a tassi più elevati. La Francia, in questo momento, è uno dei casi che meritano maggiore attenzione.

L’altro articolo del Sole entra infatti nella questione di bilancio.

Il primo ministro Lecornu ha annunciato una manovra fortemente restrittiva, nell’ordine di 54 miliardi di euro, con l’obiettivo di riportare nel 2027 il rapporto deficit/PIL almeno al 5%.

Quel “almeno” è la parola sulla quale fermarsi.

Perché anche raggiungendo quell’obiettivo, la Francia rimarrebbe comunque in una situazione incompatibile con il limite del 3% previsto dalle regole europee. E soprattutto arriverebbe al 2027 con una struttura di spesa che comincia a diventare difficile da gestire politicamente prima ancora che contabilmente.

Il dato che considero più significativo è quello relativo agli interessi sul debito.

Quando il servizio del debito arriva a superare voci fondamentali come l’istruzione – che avrebbe peraltro bisogno di interventi strutturali importanti – e la stessa difesa, non siamo più davanti a una normale discussione sulla legge di bilancio. Siamo davanti a un problema di allocazione delle risorse pubbliche.

Ed è qui che i mercati cominciano a guardare non soltanto al deficit dell’anno corrente, ma alla traiettoria complessiva del debito.

Il calendario politico, inoltre, non aiuta.

Nel 2027 ci saranno le elezioni presidenziali francesi. In un contesto del genere, la possibilità di imporre per lungo tempo una politica di consolidamento fiscale molto severa diventa inevitabilmente anche una questione politica.

Mélenchon ha già evocato la cancellazione di 600 miliardi di euro di debito pubblico. Una proposta di questa portata non può essere trattata come una normale misura di finanza pubblica: sarebbe qualcosa di senza precedenti nell’area euro e, se mai prendesse una forma concreta, aprirebbe una questione enorme sulla credibilità del debito sovrano francese e sulla stabilità dell’intero sistema finanziario europeo.

Insomma, per la Francia e per l’euro-zona non si annuncia un 2027 felice.

21 Set 2026 ore 07:00

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