“Contro lo smartphone”. Per una tecnologia più democratica

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Lo smartphone è una macchina divertente. È stata progettata per tenerci incollati allo schermo. Le app, con squilli, segnali luminosi e vibrazioni fanno a gara per attirare la nostra attenzione.
Quando non bastano i programmatori, si chiamano a collaborare alla progettazione sociologi, psicologi e neuroscienziati. Nulla è lasciato al caso. Il business è enorme. Nel 2022 lo smartphone è stato usato – nei principali dieci mercati – in media 5 ore al giorno (circa un terzo del tempo di veglia).
A livello mondiale, le prime cinque app per tempo d’utilizzo sono WeChat (19,5%), TikTok (17), YouTube (12,), Facebook (9,2), Chrome (8,1) e Instagram (4,6). Le più redditizie sono Disney+ (16% della spesa totale da parte dei consumatori), Tinder (13,1), TikTok (7,9) e YouTube (4,5). È  facile capire la diffidenza di Usa e Europa verso l’app cinese TikTok.
Lo smartphone è dotato di una selva di sensori, antenne, telecamere e microfoni capaci di catturare ogni sospiro, movimento, tocco, comando dell’utente, e quante più informazioni possibili dell’ambiente in cui si trova.
Anche quando lo teniamo a riposo, o persino spento, si connette alla casa madre e invia informazioni sul nostro stato, sulla nostra salute, su dove ci troviamo e cosa facciamo, se siamo seduti o camminiamo, se guardiamo a ovest oppure a est. Invia le informazioni ai gestori dei sistemi operativi (Google e Apple) o ai proprietari delle app.
Ci guida verso le migliori e più convenienti destinazioni, allevia le nostre ansie quando siamo sperduti tra le calli e le ramblas, ci trova un Uber e un bar all’angolo di strada dove bere una coca cola ghiacciata, ci riporta a casa o ci sistema in un albergo, ci sveglia la mattina con una canzone degli Smashing Pumpkins.
Tanto piccolo quanto potente, lo smartphone è un Computer che ha cannibalizzato un Telefono. Quando apparvero i primi dispositivi smart (computer Palmari), le compagnie telefoniche festeggiarono la nuova macchina. Loro erano le proprietarie delle autostrade, bastava mettere un casello e far pagare il pedaggio e ci si sarebbe riempiti le tasche senza alzare un dito.
I prezzi delle licenze telefoniche salirono alle stelle. Anche la borsa fiutò l’affare, e il Nasdaq conobbe la sua Tulip-mania. Tiscali, una modestissima azienda sarda, arrivò a capitalizzare più della Fiat. Ce n’era per tutti. Bastava farsi avanti e investire, magari, anche il TFR.
Lo smartphone è l’oggetto simbolo della nostra era, nelle mani della maggior parte degli esseri umani, rappresenta l’attuale sistema economico-politico mondiale, il frutto più avanzato di circa ottant’anni di sviluppi non solo tecnologici, ma dell’intero sistema mondo, con una forte dipendenza dalle filiere globali.
Degli 83 elementi stabili della Tavola periodica, almeno 70 sono presenti in uno smartphone. Essi arrivano da tutto il mondo, da dove costa meno produrli, e le diverse fasi (ricerca e sviluppo, progettazione, produzione, assemblaggio, controllo qualità, distribuzione e vendita al dettaglio) possono avvenire in aree geografiche anche molto lontane tra loro.
Spesso il costo più basso deriva non solo dal fatto che un certo territorio sia ricco di un determinato materiale o che i lavoratori siano dotati di elevate competenze, ma anche, e soprattutto, perché il costo del lavoro è più basso, i diritti dei lavoratori meno tutelati o perché le leggi a difesa dell’ambiente sono più permissive.
Le conseguenze ambientali (impatto sulla natura), e le conseguenze psicologiche e sociali (impatto su lavoratori e utenti), sono considerate inevitabili esternalità negative, e quindi tendenzialmente ignorate.
Lo stesso vale per lo smaltimento, che viene gestito e percepito dall’utente come qualcosa di distaccato dall’oggetto stesso, un mercato a sé stante, dietro le quinte, fuori dalla consapevolezza pubblica.
Le ‘terre rare’ sono essenziali per gli altoparlanti, per lo schermo, per il vetro dello schermo, per la vibrazione. Nello smartphone sono presenti 16 delle 17 terre rare. Nonostante il loro nome, le terre rare sono in realtà presenti in concentrazioni abbastanza elevate nella crosta terrestre.
Sono però di difficile estrazione. Oggi tra l’85 e il 95% della produzione avviene in Cina a partire da materie prime in parte estratte da miniere cinesi e in parte provenienti da altre parti del mondo.
Se si guarda alla provenienza dei componenti misurata secondo il valore economico si vede che – nel caso dell’iPhone 12 – il 26,8% dei componenti proviene dalla Corea, il 21,9 dagli USA, il 13,6 dal Giappone, l’11,1 da Taiwan, il 4,6 dalla Cina e dall’Europa.
Il mito del singolo sviluppatore che, grazie a un’idea geniale e alle competenze tecniche, riesce a diventare ricco e famoso è, appunto, un mito.
Per quanto riguarda il ‘cervello’ dello smartphone – il Soc, sistema-su-un-chip – Samsung è l’unica azienda che lo progetta e produce nelle sue fonderie di silicio, mentre Apple, Qualcomm, MediaTek e UNISoC progettano e commercializzano chip avanzati, ma per la produzione si rivolgono soprattutto alla Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), la fonderia di silicio di Taiwan che produce oltre il 90% dei chip avanzati, in particolare quelli a tecnologia a 3 nanometri.
Cina, India e Vietnam producono il 93% degli smartphone del mondo, lasciando ruoli marginali a Paesi come Indonesia, Thailandia, Malesia e pochissimi altri.
La cinese Foxconn  produce tra il 70 e l’85% degli iPhone, impiega 200.000 operai (con la possibilità di arrivare a 350.000) per realizzare l’assemblaggio, il collaudo e il confezionamento. Da notare che il valore aggiunto cinese è solo del 6% circa: quindi, se un iPhone al dettaglio costa 1.000 dollari, al netto di costi vari e delle royalties, solo 60 vanno alla Cina.
Nel 1966 il regista tedesco Wim Wenders si trasferì a Parigi. Finanziò il suo soggiorno lavorando come incisore nello studio di Johnny Friedlander. Passò il resto del tempo alla Cinémathèque française che, con 40 mila tra film e documentari, è il più grande archivio al mondo dedicato alla cinematografia.
Oggi, grazie allo smartphone e alle tecnologie di internet, gli archivi cinematografici, musicali, i musei, le biblioteche, le riviste scientifiche sono a portata di mano a costi irrisori.
Non c’è bisogno di essere ricchi per fruire di un Grand Tour, basta accendere lo smartphone, aprire l’app e godersi lo spettacolo, stesi comodi sulla poltrona o sul letto di casa, in una trance visionaria creativa e profonda, che in alcun casi dura tutto il giorno, e guardare il mondo da uno schermo 6 pollici, viaggiare con Google maps, entrare persino in un ristorante a avvicinarsi ai vassoi, con l’occhio forse un po’ vitreo ma sentendosi più o meno bene, bene per il fatto di essere sopravvissuti, anche se   viziati a morte.
Insomma, possiamo girare e conoscere il mondo rimanendo comodamente a letto. E stare bene. Anche se la paralisi da trance ci fa perdere quanto succede fuori dalla finestra.
Il libro di De Martin, Contro lo smartphone, è bello, si legge tutto d’un fiato, bisognerebbe introdurlo a scuola tra le letture obbligatorie.
Racconta come è fatta la mattonella che teniamo nelle cartelle, come funziona, cosa c’è dentro, quali sono le sue potenzialità e i suoi limiti, ci invita a essere responsabili in quanto utenti e consumatori, soprattutto, invita a progettare e costruire uno smartphone più rispettoso dei lavoratori, dell’ambiente, della democrazia e delle libertà.

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