La descrizione del carattere masochista come debole, sottomesso, facilmente influenzabile, disarmato, continua a meravigliarci, dice Reik (Il masochismo nell’uomo moderno, 1941). E ciò in quanto il realismo che ci pervade – il principio di realtà – vuole che la naturale tendenza di ogni essere umano a cercare il piacere e a evitare la sofferenza sia, nei fenomeni di masochismo, messa da parte. Il masochismo sarebbe l’eccezione che conferma la regola. Il masochista sembra evitare il piacere e perseguire la sofferenza, o meglio, cercare di ricavare il piacere dalla sofferenza stessa.
Eppure è lo stesso principio di realtà a suggerire, anzi, a imporre come sua legge, di pazientare, soffrire, posporre il piacere. Resisto, soffro la fame, lavoro la terra, pianto il seme, godo del raccolto. Al bambino bisogna insegnare ad aspettare, a mettere da parte la soddisfazione dei propri desideri. Il rinvio è un requisito della cultura. Noi siamo allenati, e ci alleniamo, a rinunciare alla soddisfazione istintiva. Impariamo a stringere lo sfintere sotto la minaccia della cucchiara.
Il masochista, al contrario, non resiste. Poiché la sofferenza prodotta dall’angoscia di essere battuto è maggiore di quella dell’esser picchiato, chiede di esser battuto. L’ansietà non può svilupparsi in lui. Il masochista ha già ottenuto il suo scopo, che è evitare l’ansietà. Invece di patirla, espone se stesso alla sofferenza. Invece di essere spaventato dall’umiliazione, dalla vergogna, dalla punizione, le va incontro spontaneamente, dominando così un destino crudele. Anticipandole, le priva del loro elemento di terrore. Egli suggerisce, o persino ordina, che cosa bisogna fargli. Niente viene inflitto contro la sua volontà.
La punizione accade nel momento, nel ritmo e nella sequenza scelti da lui. Che egli la cerchi anziché accettarla, che le vada incontro e ne faccia l’oggetto del proprio godimento, dimostra che egli, in realtà, è impaziente. Sembra confermare le istanze della realtà, sembra accettare la punizione che il principio di realtà impone per la trasgressione. E invece, da questo indugio, ottiene un attimo di piacere che cammina parallelo al principio di realtà.
Il masochista segue l’istanza della realtà, ma, nello stesso tempo, a causa dell’esagerazione, o del fatto che si impossessi del potere di infliggersi la punizione, ne ordina il sabotaggio. Egli trasforma in piacere il dispiacere che deriverebbe dalla punizione, depotenziandolo. Non tollera la necessaria tensione ma la distribuisce, arrivando persino ad abolirla, proprio come desidera. Si sottomette all’istanza, ma con tale spavalda obbedienza che ne rovescia il significato.
È ovvio il paragone con il comportamento di alcuni ferrovieri austriaci che, molto tempo fa, scioperarono in modo singolare. Quando erano scontenti dei salari o dell’orario di lavoro, non smettevano di lavorare, al contrario, lo svolgevano con maggiore coscienza e accuratezza, con la più pignola attinenza alle più insignificanti regole dell’organico. Osservando alla lettera ogni norma, senza considerare le conseguenze pratiche, paralizzarono il traffico. I treni non potevano né arrivare né partire. Questo sabotaggio, ottenuto con un’esagerata obbedienza, fu definito resistenza passiva.
Rispetto alle istanze della realtà, il masochista è in uno stato permanente di resistenza passiva.
Kutuzov non aspettò di essere umiliato e battuto da Napoleone, di consegnargli le città russe con i loro granai. Preferì auto-infliggersi quella punizione. Preferì non resistere attivamente, preferì – passivamente – fare terra bruciata, bruciare Mosca con le sue stesse mani. Quando Napoleone la occupò, trovò una città in fiamme e nessun interlocutore disposto a trattare. La vittoria era vuota. Il vincitore aveva vinto il nulla.
Chi potrebbe riconoscere nel masochismo la spavalderia, la vendetta, il sarcasmo, la derisione, la satira feroce? La pelle di agnello nasconde il lupo. La cedevolezza nasconde la sfida, la sottomissione cela l’opposizione. Dietro la dolcezza c’è la durezza, dietro l’atteggiamento ossequioso c’è la ribellione.
Il masochismo prosegue lentamente per la sua strada, non solo contrastando la volontà degli altri mediante la più totale sottomissione, ma ostentando, con una certa compiacenza, il proprio fallimento. Umiliato mille volte, è inflessibile e invincibile. Sconfitto ripetutamente, persiste nei suoi diritti. Citando il poeta inglese, potrebbe dire: la mia testa è insanguinata, ma eretta. Il piacere si insinua nella punizione. La punizione stessa diventa piacere: ciò che doveva turbare la soddisfazione si trasforma in soddisfazione stessa.
La derisione non è meno efficiente per il solo fatto che è nascosta. Il capovolgimento intende questo: «Sopporterò qualsiasi cosa, dolore, umiliazione, sofferenza, vergogna, ma non rinuncerò alla mia soddisfazione». L’anticipazione della punizione con il conseguente piacere dà adito a una sola interpretazione: «Anche se mi picchi, mi leghi, mi umili o mi bombardi, io otterrò lo stesso il mio piacere». E, in senso negativo: «Non rinuncio alla mia soddisfazione anche se per questo sarò punito, insultato, battuto».
Ordinando la propria punizione, il masochista ha fatto di sé il padrone del proprio destino. Questa anticipazione della punizione è in sé un sintomo di ribellione.
Come può qualcuno, si chiede Reik, di fronte a questa inflessibile, anche se passivamente espressa, forza di volontà, parlare di debolezza, di sprovvedutezza, di rinuncia alla propria personalità? È la stessa decisione al martirio, il coraggioso rifiuto di chi preferisce bruciarsi piuttosto che abiurare il proprio credo. Il masochista è flessibile. Non può essere spezzato dall’esterno. Ha un’inesauribile capacità di ricevere le sferzate, sapendo che non sarà sopraffatto. La sua completa rinuncia ha più forza di una violenta ribellione. La sua obbedienza annulla gli ordini degli aggressori. La sua vergognosa e ridicola accettazione dell’autorità la rende impotente, e il suo inflessibile riconoscimento della propria debolezza ne prepara la disfatta.
La dottrina Kutuzov gode di ottima salute. Lo dimostra la figura comica di quel Master che si appresta a occupare una città vuota, senza interlocutori, senza resa, senza gloria.
La dottrina Kutuzov

