L’Aristocrazia operaia in Gran Bretagna

fabiani

Nell’età dei monopoli, dice O’Connor (Crisi fiscale dello stato), esistevano un primo, un secondo e un terzo mondo operaio. L’operaio del settore monopolistico, il primo mondo, viveva alle spalle dell’operaio del terzo mondo, il quale lavorava nel settore concorrenziale, dove le paghe erano prossime ai costi di produzione. Il secondo mondo – il settore pubblico – veniva, senza infamia, trainato del primo mondo.
La teoria economia trascura queste differenze di status (e di retribuzione), mentre la storia le scova e le porta alla luce.
Così, per esempio, mentre nel Capitale Marx relativizza la forza dell’esercito dei disoccupati, nel 18 Brumaio, invece, la esalta. Mentre qui la finanza è in capo al movimento che scuote e muove la storia, là è un vagone a rimorchio dell’industria.
Nell’età del laissez-faire, e ancora in quella dell’imperialismo, questo fenomeno era già presente e divideva gli operai in più di un mondo. C’erano l’aristocrazia operaia e la plebe, e la plebe operaia era, a sua volta, frammentata in più scaglioni. La stessa aristocrazia, sebbene sempre saldamente fissa al suo posto, poteva ascendere a ruoli più importanti per sé o per i propri figli, e passare dal puddellaggio all’insegnamento, dalla legatura alla cattedra presbiterale, dalla classe laboriosa alla piccola borghesia parassitaria, oppure essere ricacciata nella plebe, come successe dopo la Grande Depressione degli anni 70, quando i Bookbinders e i Compositors dovettero affrontare la concorrenza della Linotype e della Monotype, e i French polishing e i Fancy leather workers erano ossessionati dalla suddivisione del lavoro e dal subappalto e gli Ironfounders erano minacciati dallo sviluppo delle macchine per la formatura e gli Shipwright lottavano per sopravvivere contro la nascente industria delle costruzioni navali in metallo.
Tra il 1851 e il 1911, scrive Hobsbawm (Studi di storia del movimento operaio), la Gran Bretagna aveva circa 108 donne in età lavorativa (di età dai 15 ai 49 anni) per ogni 100 uomini, il che costituiva un’eccedenza notevole del tipo di manodopera meno pagato, la quale non veniva tutta assorbita dalla crescente domanda di domestiche che si verificò nella seconda metà del secolo.
Questo terzo mondo lavorativo, che fino al 1851 era impiegato a domicilio – seppure a tempo parziale – nella produzione di pizzi, guanti e cappelli di paglia o in agricoltura, fu spinto verso la proletarizzazione, senza mezzi di produzione o altra proprietà se non la propria forza di lavoro – nelle more disoccupata.
Tra il 1850 e il 1870, dice Hobsbawm, le tariffe degli specializzati aumentarono più spesso, e ben presto a una media di tre anni, di quelle dei non specializzati. La diversa evoluzione dei salari degli uomini e delle donne – le donne costituivano per eccellenza la categoria meno pagata e più facilmente sostituibile – seguono il medesimo indirizzo. Nell’industria della lana pettinata, dice, l’aumento del salario medio maschile tra il 1855 e il 1866-68 (1850=100) fu del 66%, quello femminile del 6%.
La ragione principale di questo enorme differenziale tra aristocrazia e plebe, dice Hobsbawm, è che la riserva di disoccupati e sottoccupati, la quale determina movimenti generali delle retribuzioni, tocca in modo diverso le varie categorie di lavoratori. Agisce nel primo caso essenzialmente tenendo bassi i salari del tipo di mestiere che si diffonde con più facilità, cioè quello meno specializzato.
Poi, dice, agivano ragioni secondarie. In Gran Bretagna l’aristocrazia operaia in genere godeva della facoltà di ridurre artificialmente la manodopera o limitando l’accesso alle professioni stesse o con altri mezzi: se perdeva questo potere – per esempio causa lo sviluppo incontrollato delle macchine – veniva meno il suo carattere aristocratico, come accadde ai pettinatori di lana.
Quindi, conclude Hobsbawm, in Gran Bretagna nell’età vittoriana esistevano gruppi di lavoratori che vivevano praticamente sempre in una condizione di piena occupazione, mentre una massa molto più grande si trovava costantemente in una situazione di concorrenza che costituiva per i datori di lavoro un mercato ideale.
Gli altri mezzi usati dall’aristocrazia operaia per garantirsi il differenziale di paga erano noti da tempo: nel caso delle donne e dei fanciulli erano, si diceva, l’inferiorità fisica e intellettiva, la loro minorità.
Gli aristocratici si trovavano spesso in posizioni lavorative il cui prodotto era proprio la fabbricazione della differenza che garantiva la maggiore retribuzione e il rango, il privilegio, l’onore, la stima o la gloria. Esempio di questa collocazione ottimale è la Fabian Society.
I Fabiani erano un gruppo che in fatto di relazioni sociali se la cavavano sempre bene. Non ebbero mai bisogno di qualcuno che li promuovesse. Nel periodo culminante del loro primo successo (1892) rivendicarono per sé un’influenza eccezionale nella vita pubblica della Gran Bretagna, specialmente nel periodo tra la loro fondazione (1884) e la fine della prima guerra mondiale, e il pubblico, dice Hobsbawm, accettò questa versione dei fatti.
Bisogna aggiungere che il pubblico, come insieme ricettivo o ammaestrabile (effettivamente esistente o presupposto) è il corrispettivo del monopolio e della produzione in serie. L’opinione pubblica sta al monopolio e all’imperialismo come l’incunabolo al mercantilismo.
La Grande Depressione del 73-96 spinse il capitalismo monopolistico verso la produzione in serie, la quale, in Gran Bretagna, si sviluppò in modo lento, in confronto alla Germania e agli Stati Uniti, e ciò anche perché, dice Hobsbawm, la Gran Bretagna poteva godere degli interessi sugli investimenti esteri e sulla rinascita del vecchio commercio di esportazione. Questi due cespiti nascosero il deterioramento della posizione internazionale britannica. Comunque sia, dice Hobsbawm, la Depressione e la Concentrazione trasformarono la composizione dei gruppi sociali.
Il cibo a basso costo, i beni di consumo prodotti in serie, l’istruzione pubblica e la sicurezza sociale ridussero i vantaggi che gli alti salari conferivano nel periodo precedente. Infine, dice Hobsbawm, il peggioramento delle condizioni tra le due guerre colpì proprio quelle industrie dove la vecchia aristocrazia era solidamente impiantata. L’aristocrazia di vecchio stampo fu ricacciata tra la plebaglia operaia.
Il nuovo assetto imperialista formò nuovi nuclei di aristocrazia operaia composti da dirigenti, tecnici e colletti bianchi, i quali, dice Hobsbawm, si rifiutavano di considerarsi parte della classe lavoratrice. I loro guadagni non erano molto alti. La differenziazione si traduceva in una aperta ostilità politica e sociale verso gli operai.
Durante il Laissez-faire la paga dei non-specializzati, se erano uomini, si attestava al livello dei costi di produzione. Il lavoratore specializzato, dice Hobsbawm, guadagnava in teoria il doppio del manovale. Si tratta di una differenza persistente, la si ritrova nelle norme di Diocleziano per i prezzi e le paghe, in quelle dei giudici di pace inglesi sotto Enrico VI e Carlo II, nell’Italia del secolo XVIII, in Francia, nell’industria edile a Barcellona nel secolo XIX. In realtà, dice, il rapporto tra le tariffe dell’artigiano e quelle del manovale era più probabilmente di due a tre o tre a cinque che di uno a due. Indubbiamente, dice, la posizione sociale rispecchiava le differenze di salario.
La produzione in serie attenua le differenze di salario e impone una differenziazione su altre basi. Fra gli anni Settanta e la fine del secolo in Gran Bretagna Stevenson, Jerome e Wilde lavorano alla costruzione di una differenziazione che pone da una parte lavoro manuale, fatica, sporcizia, sofferenza, brutalità, e dall’altra lavoro intellettuale, arte, libertà, mani pulite, ozio, benessere, felicità.
Non esiste dovere più sottovalutato del dovere di essere felici, scrive Stevenson (Virginibus). Per essere felice, dice Wilde, bisogna essere padroni del proprio destino, bisogna esser liberi. Nessuna coercizione dovrebbe essere esercitata, e il lavoro è coercizione. Il millenarismo dell’automazione si fa strada come socialismo e liberazione dal lavoro inteso come fatica: Nelle condizioni adeguate (nel Socialismo) le macchine serviranno l’uomo, dice Wilde. Come le piante crescono mentre il gentiluomo di campagna dorme, così l’Umanità si diletterà mentre le macchine svolgeranno tutti i lavori necessari e spiacevoli. Ma finché ciò non si avvererà, dice Jerome, meglio lasciare fare alle pecore, ai bruti, a chi se lo merita: Non è che io abbia qualcosa da obiettare al lavoro, sia chiaro. Mi piace il lavoro, scrive Jerome (Tre uomini in barca), mi affascina. Posso sedermi e stare a guardarlo per ore. Poi arriva Tempi moderni di Chaplin, dove gli operai che lavorano sono effettivamente rappresentati come pecore, come gente che non pensa, che non elabora, persone senza coscienza, bruti, animali.
Non sono i soldi, o non sono solo i soldi, a fare la differenza. Più le professione artigiane e specializzate vengono meccanizzare e rese eseguibili da operai semplici, più la differenziazione si innesta e radicalizza su (presunte) capacità umane superiori, tra tutte spiccano la creaturalità e la creazione, l’idea di una differenza specifica tipica dell’uomo e sconosciuta alle bestie. Ciò che distingue l’uomo dalla bestia (nonostante montagne di studi etologici) è la parola, il pensiero, e, da quando anche gli oggetti inanimati hanno iniziato a parlare, ciò che distingue l’uomo dalla cosa è la Creazione, la capacità di dare vita al mondo a partire da niente – a partire da niente: il Fiat lux. Dixitque Deus: Fiat lux. Et facta est lux.
I Fabiani – i Socialisti Fabiani – diventano i sacerdoti di questa religione. Ciò che può ancora costringere l’uomo a lavorare è la promessa di felicità e di liberazione dal lavoro. Loro ne sono la prova vivente. L’idea è di emanciparsi dal lavoro manuale al lavoro intellettuale, da operaio a impiegato, da bidello a segretario, da professore a giornalista, da giornalista a romanziere. E non conta che un romanziere da 500 copie viva la sua fatica in quanto lavapiatti come il calarsi dello scrittore nella vita vera, o che il bidello emancipato a segretario sia chiuso in uno stanzone insieme ad altri 6 segretari che blaterano per 7 ore di fila friggendogli il cervello o che il prof giornalista si alzi la mattina alle cinque per leggere la stampa americana e cinese tradotta da Google per ricavarne 18 righe pagate un caffè quando va bene. Tutto ciò non conta. L’idea di emancipazione è ancora quella dei Fabiani e di Stevenson: la felicità è un dovere, l’arte la strada.
I Fabiani, dice Hobsbawm, non appartenevano né alla corrente liberal né a quella operaista della politica inglese, né d’altra parte erano conservatori. In pratica, dice, non rientravano per niente nella tradizione politica inglese. Sia la loro ideologia sia la loro linea politica erano prive di legami con quelle del resto della sinistra. I Fabiani, i soli tra tutti i gruppi socialisti, contrastarono la formazione di un partito operaio indipendente, sostennero l’imperialismo, rifiutarono di opporsi alla guerra boera, non si interessarono affatto alle tradizionali tendenze internazionaliste e antimilitariste della sinistra, i loro capi, dice Hobsbawm, non ebbero alcuna parte nella rinascita sindacale del 1889 e del 1911.
I Fabiani, dice Hobsbawm, costituivano il solo gruppo socialista britannico che si rivolgesse specificamente agli intellettuali. In particolare, essi erano la versione industrializzata e monopolistica dei romantici dell’Athenäum, figli della Linotype e della produzione in serie della cultura. La Linotype ha costituito un pubblico nuovo di consumatori per le gazzette e i romanzi e una nuova aristocrazia di lavoratori della cultura, lavoratori conservatori, dice Hobsbawm, nati dalla reazione della classe media al crollo delle certezze dell’era vittoriana, al sorgere di nuovi strati sociali, nuove strutture, nuove linee politiche all’interno del capitalismo britannico: una specie di adattamento delle classi medie inglesi all’era dell’imperialismo.
Un po’ come accade oggi. I più illuminati, con le mani pulite, che hanno lavorato e creduto di essersi liberati dal lavoro, e che hanno venduto – anche bene – la religione della felicità come liberazione dal lavoro manuale, questi illuminati, membri a tutti gli effetti di un’aristocrazia operaia che oggi si lecca le ferite e reagisce alla redistribuzione del potere e delle professioni, resistono mentre vengono spinti verso la plebe.

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