Proletari meridionali e piccoli borghesi cosmopoliti

serva

 

I quattro fratelli di mia mamma emigrarono a Francoforte, trascinandosi dietro mio padre. Partirono lasciando al paese le mogli e i figli. Ritornavano solo per le ferie estive. Le rimesse erano destinate quasi esclusivamente alla costruzione della palazzina patriarcale, in stile proletariato fordista: un appartamento a figlio. Furono queste rimesse che, inseme al turismo, negli anni del Miracolo economico, tennero in pareggio la bilancia dei pagamenti.
Una buona parte delle famiglie del paese era one-parent – mono-genitoriale.
La famiglia, in verità, era allargata, il padre naturale era sostituito dai nonni, dalle zie, dai vicini o da altri supplenti.
Le mamme, in una società priva o scarsa di padri, si arrabattavano seguendo le campagne delle olive o delle patate, o stando dietro all’orto e all’agricoltura di sussistenza, al porco e alle galline. Nei casi più sfortunati le mamme facevano le serve – le domestiche; le colf e le badanti, come si dice oggi – presso le case patrizie di dottori e farmacisti, insegnati e direttori delle poste. Fare la serva era l’ultima infamante spiaggia per le mamme, perché pesava sulla loro reputazione il sospetto di copule estorte da padroni ingrifati come ciucci.
Mentre le nostre famiglie venivano sfaldate dall’emigrazione, nelle grandi città del Nord Europa quella stessa emigrazione consentiva di innalzare un potente sistema assicurativo che avrebbe consentito ai maschi e alle femmine di immaginare il loro futuro senza la necessità di creare una famiglia tradizionale e di mettere al mondo figli. I titoli di credito acquisiti presso i fondi di previdenza pubblica e privata avrebbero permesso loro di comprare i servizi alla persona e alla vecchiaia direttamente sul mercato, liberandosi dal fardello di dover procreare.
Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso la procreazione non venne eliminata dalle vite degli abitanti mediamente abbienti delle metropoli del Nord (i piccoli borghesi), venne tollerata nelle classi meno acculturate e rimossa dalla vita attiva, la quale richiedeva aperitivi e spensieratezza. La rimozione non consisteva in un annullamento, in quanto la cucina, il bagno e il culo qualcuno doveva pur lavarli. La rimozione si risolveva in un Aufhebung, un proiettarsi nell’altro, un essere l’altro dell’altro. Non bisogna mai avere paura dell’altro, diceva il piccolo borghese, perché tu per l’altro sei un altro culo da pulire, e finché ci saranno culi da pulire e ci saranno soldi nelle assicurazione, ci saranno anche altri disposti a lasciare i propri figli per pulire il culo a chi figli non ha.
Mentre crescevamo senza padri, all’altro capo dell’Europa c’erano padri che invecchiavano senza figli. Tutto ciò veniva elogiato come un progresso.
Poi arrivò il turno dell’Italia, e anche a Milano e Roma il piccolo borghese poteva annoiarsi mentre la colf a ore rimuoveva le deiezioni.
Non c’è miglior testimonianza dell’amore per l’altro di quella dell’impiegato para-statale (Rai cultura), singol per fede dichiarata, figlio di insegnanti meridionali, i quali di serve e di bambinaie devono averne conosciute direttamente o indirettamente.
Alla fine, dice il piccolo borghese, dopo un anno di ricerca, ho trovato casa in affitto. L’ho trovata grazie a una signora bulgara molto competente e precisa. Il padrone di casa è del Bangladesh, una persona super corretta e molto disponibile. A fare il trasloco mi hanno aiutato due ragazzi dello Sri Lanka, molto bravi e che hanno chiesto il giusto onorario. A sistemare casa, infine, mi ha aiutato Fiorella, che viene dalla Romania, ed è la ragazza squisita che mi dà una mano in casa. Ecco, pensatela come volete, dice, ma io senza gli immigrati sarei fritto.
A noi che siamo stati figli di immigrati, e che ci è toccato, a nostra volta, emigrare, e pulire il culo dei figli in sub-appalto dei piccoli borghesi degli anni Ottanta, e che non abbiamo potuto abitare le case patriarcali costruite dai nostri genitori, case che ora sono ruderi che non valgono nulla in paesi deserti, tutte ste stronzate sull’altro dell’altro ci fanno girare i cabasisi, perché l’altro dell’altro – la storia si ripete – siamo sempre noi, proletari, figli di proletari, e loro sono sempre loro, piccoli borghesi, figli di insegnanti, di medici condotti e di farmacisti.

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