Non dimenticare Foucault

Inviato da Leo Essen il Dom, 29/11/2020 - 18:41
foucault

 

Quello che non va, non in Foucault, ma in chi si richiama alla sua opera, è che si usa Foucault per spiegare ogni cosa. Foucault ha denunciato il conformismo e l’appiattimento dei Partiti comunisti, e ha avuto un ruolo centrale per denunciare, da una parte, il socialismo reale, e, dall’altra, lo Stato keynesiano.

A partire dagli anni Settanta, quando lo Stato Keynesiano e il socialismo reale cominciano a perdere colpi e il paradigma o l’episteme liberale della scuola austriaca prende il sopravvento, il discorso di Foucault non è più in grado di spiegare il cambiamento. Non voglio dire che non serve più a nulla, anzi. Le sue analisi rimangono ancora valide, ma, come dicevo prima, non possono essere usate per spiegare tutto. Addirittura, sotto certi aspetti, mostrano una convergenza con le analisi liberali della scuola austriaca, e usate male diventano solidali con questo sistema. Ma queste sono bazzecole, dico di più, tutti quelli che oggi, in nome di non si capisce bene cosa, sputano su una battaglia in difesa delle differenze – battaglia tipica degli anni Sessanta – e incolpano Foucault e compagnia bella di avere dato la stura a questo atteggiamento, secondo me stanno pigliando dei granchi.

La cosa invece davvero importante è che Foucault – la storia, la genealogia, chiamiamolo come vogliamo: le forze, il tragico, tutto ciò contro cui Heidegger se la prende nel suo Nietzsche – è una arma spuntata contro la scuola austriaca, la quale si interroga continuamente sul denaro, la cui ossessione è il denaro. Ebbene, rispetto al denaro, Foucault non ha da dire niente. Bisogna riprendere da Essere e Tempo. Foucault e Deleuze (più Deleuze di Foucault) rimangono su un piano empirista – e l’empirismo non ha strumenti sufficienti per rapportarsi a una teoria del denaro. Ovviamente non parliamo di temi marginali. Siamo di fronte a diversi cambiamenti – tentativo di abolizione della moneta anonima; cambio di moneta internazionale di riferimento, eccetera.

Sotto certi aspetti Kant e l’idealismo tedesco, tanto vituperati negli anni Sessanta, hanno qualcosa in più da dire. Hegel, per esempio, liberato dalla critica di Bataille e di Deleuze, che rimangono valide (più la critica di Deleuze che quella di Bataille), con le dovute riserve, ha molto da dire sulla moneta – quasi più di Marx. E va bene Heidegger (Heidegger di Essere e tempo e meno Heidegger di Introduzione alla metafisica). E poi c’è Husserl.

Quando, considerato tutto quello che sta succedendo tra dollaro e yuan, scontro del quale sappiamo poco, e il sottoscritto quasi nulla, riduciamo tutto a potere, forze e tragico, be’, secondo me siamo sulla strada giusta, ma ci stiamo perdendo qualcosa.

Foucault non ha dedicato una riga alla iterazione. Oggi bisogna tematizzare l’iterazione – liberarsi dagli interdetti contro essa lanciati dal romanticismo e di moda negli anni Sessanta, quando il nemico era l’economia standardizzata keynesiana e il paradiso era il rock. Stirner va bene contro Keynes. Ma Keynes non c’è da un pezzo.

Non sono gli anni Sessanta che non vanno bene, non hanno sbagliato negli anni Sessanta. Sbagliamo noi, quando riprendiamo pari pari le tematiche degli anni sessanta per dire, da una parte, che oggi siamo ancora in quella situazione e che il problema sono il potere, il controllo e compagnia bella, o per dire, d’altra parte (ma le due parti se la cantano e se la suonano) che se oggi siamo in questo casino qui è colpa degli anni Sessanta, è colpa di quei teorici che hanno dato il beneplacito a ciò che oggi va sotto il nome di politicamente corretto. Sono stufo di ste critiche che hanno la stessa età del 68. E mi va qui di ricordare, tra gli altri, un libro francese che ripete queste critiche: La pensée 68. Essai sur l'anti-humanisme. Ma poi, cchi mmi rappresente sta pulemica subba u politicamente correttu? Tutta sta energia chi mi sprecati subba sta beata cippa di politicamenti correttu, cchi mmi rappresente?

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