Non solo comici, adesso anche i giornalisti fanno stand-up comedy

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Gli illuministi, dice Bachtin, non compresero il riso di Rabelais. E non lo compresero nemmeno i romantici. I primi perché divisero il mondo tra positivo e negativo, e il mondo basso – il corpo, il cibo, il piacere – si trasferì dalla parte del finito, del transeunte e dunque del vizio e della morte, del peccato o della superstizione, mentre l’intelletto fu posto a guardiano dell’infinito e del perfetto, più come giudice che come guardiano.
Il giudice di Rabelais, Briglialoca, prende tutto alla lettera e, se la giustizia è cieca (alea judiciorum), risolve le sentenze dei processi lanciando i dadi, pienamente convinto di agire in rigida conformità alle regole giuridiche in vigore. Se i casi sono complicati o oscuri (in obscuris minimum est sequendum) e bisogna dunque optare per interventi minimi, allora Briglialoca, per risolvere i casi oscuri usando il minimo di intervento, usa i dadi piccoli.
Voltaire bolla il metodo di Briglialoca come scemo e ridicolo, cretino, irragionevole. Bachtin considera il giudizio di Voltaire anacronistico, perché giudica il XVI secolo con i criteri del comico del XVIII secolo. Non c’è nulla di razionale o di irrazionale nel metodo di Briglialoca. C’è un’altra logica, un altro piano epistemico. Briglialoca è ridicolo non perché è un sempliciotto, un pagliaccio, un cretino senza zucca, come crede Voltaire.
I romantici intendono l’elemento comico in modo del tutto soggettivo e sul piano del destino individuale. In Rabelais non c’è subordinazione (o riduzione) del comico al soggettivo. Il comico è un motivo dell’incedere del mondo.
In Rabelais il comico si riunisce in un tutto strutturale, unico per il suo stile. La sua denominazione comune è il tempo gioioso. Non c’è opposizione: c’è divisione (il carnevale, l’uomo vestito da donna, il buffone vestito da re, ecc.), c’è ambivalenza. La chiave di lettura non è l’uno che diventa due, ma l’uno ambivalente, l’uno che scivola nell’altro, che è ancora un se stesso. Il cibo che diventa merda e diventa concime, e la trippa che è piena di merda e che, riempita di patate e cotta, diviene cibo. Nei romantici, invece, il carnevale è recepito come simbolo del destino individuale.
Il corpo grottesco non è finito. È un infinito attuale. L’eterno è sempre in moto in tutto, è immanente. L’ameba si distrugge spezzandosi, e spezzandosi rinasce. L’animale caca, e la cacca diventa concime, che diventa pianta, che diventa frutto che diventa animale, che diventa merda. Non c’è trascendenza dalla merda al frutto.
I romantici pensano a un infinito potenziale. L’infinito è trascendente. L’uomo pensa la cosa e la realizza nella materia. Il rapporto tra l’alto e il basso (il frutto e la merda), diventa il rapporto tra il servo e il padrone, tra l’artista e l’opera, tra il basso popolino che assiste legato al suo destino, e il demiurgo che crea e comanda il mondo.
Se i segni caratteristici del grottesco sono l’esagerazione, l’iperbolicità e la sovrabbondanza, il romanticismo non vede l’ambivalenza e trasforma il grottesco, percependo in esso soltanto un’esagerazione denigrante con fini puramente satirici o pedagogici. L’esagerazione è ripresa in un lavoro di valorizzazione del soggetto. La satira è quell’investimento dal quale il soggetto si attende un ritorno energetico in termini di risate. Il riso amaro è il prezzo di questa economia del degrado. Degrado in quanto consuma ciò che tocca, lo brucia, lo annichilisce. Le immoralità vengono fustigate per mezzo della caricatura e della ridicolizzazione. Il riso è un mezzo. È al servizio di una funzione, e anche il pubblico che assiste e batte le mani è al servizio di questa funzione: paga e viene sfruttato come giuria popolare per mettere in scena questo tribunale del popolo.
L’immagine satirica è negativa. Parte da un difetto, un vizio, una perversione – la corruzione, insomma.
La corruzione è denunciata a partire da un modello normale, legale, regolare. La satira ha una funzione stabilizzante dello status quo. Beppe Grillo punta Craxi e il suo viaggio in Cina, dove ha portato cugini, parenti e fidanzate perché tutto è gratis, paga Pantalone.
Il comico è Totò che si riempie le tasche di spaghetti. Non c’è un positivo in questa scena. Non c’è pedagogia, non c’è riscatto, non c’è un negativo da censurare, né una corruzione o una perdizione. Ci sono la fame che straripa, più grande della pancia, e allora ci si mette a quattro zampe sul tavolo, e le tasche diventano un secondo, un terzo e un quarto stomaco ruminante.
Che differenza! Il riso di Beppe Grillo è astratto, esclusivamente beffardo, privo di qualsiasi vera gioia. È pedagogico, pedante, intriso di cinismo nichilista: lo scopo è togliere di mezzo Craxi. Non ci sono servizi segreti; c’è questa retorica armata, la stand-up comedy (il comizio satirico), che inizia nel 1986. I colpi di randello dati a Bettino (non che non se li meritasse, se li meritava) sono i colpi di un nuovo potere che si farà strada.

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