Il filo e la tela. Gabriele Serafini – La riproduzione complessiva del capitale «Per la scienza non c’è via maestra» Karl Marx

copertina

La prima sensazione che si avverte nell’approcciare questo lavoro di Gabriele Serafini è quella di farsi trasportare da un fiume di equazioni algebriche, pertanto si è tentati a rinunciare a comprendere il discorso che ha sviluppato, anche perché il linguaggio adoperato richiede una buona capacità di analisi numerica.

Man mano che le correnti si placano e si trova in se stessi la motivazione a superare le turbolenze iniziali, anche i lettori che diffidano della matematica, potrebbero individuare uno sbocco al fluire dei concetti espressi con formule, schemi e successioni numeriche. Del resto, è possibile sperimentare un’interpretazione discorsiva del filo logico che segue l’autore del libro, con le opportune semplificazioni e senza eliminare del tutto i simboli matematici.

Il lettore noterà che in questa breve presentazione della ricostruzione della procedura di trasformazione dei valori in prezzi, ho cercato di estrarre i concetti chiave, in forma sintetica, e di rivolgermi a un pubblico che non faccia parte dei soli addetti ai lavori.

La procedura, com’è noto, ha dato luogo ad una lunghissima diatriba che si è aperta con la pubblicazione del terzo libro de Il capitale, di Marx, a cura del suo amico Engels, il quale, nelle sue Considerazioni supplementari all’opera si è reso subito conto delle innumerevoli interpretazioni e di natura diversa che il volume suscitò nei lettori, sebbene si fosse adoperato nel comporre un testo il più possibile rispondente ai manoscritti rinvenuti. Tant’è che con tono perentorio scrive: «Non c’era altro da attendersi».

Tra le varie interpretazioni, per esempio, G. Carcredi asserisce che si tratti di un falso problema o, se c’è, è solo nelle confuse menti dei critici di Marx; nella sua visione, la teoria di Marx sarebbe incoerente solo in una concezione là dove il fattore tempo non esiste. E su questa scia che si muovono i teorici della (TSSI), Temporal Single-System Interpretation, i qual hanno cercato di ricondurre il problema dell’incoerenza logica del ragionamento di Marx a una questione interpretativa. Infatti, essi inseriscono il fattore tempo e tralasciano il criterio di equivalenza simultanea tra input e output e quindi viene a cadere il senso della “rettifica” ideata da Bortkiewicz e sviluppata da Sraffa.

Serafini, nel riferirsi a Hegel, dice che non tutto ciò che è noto è conosciuto, quindi puntualizza il proprio metodo nel suo percorso di ricerca, affermando che in questo suo lavoro si occupa della procedura di trasformazione dei valori in prezzi, ma senza avvertire la necessità di fornire una spiegazione dettagliata della teoria del valore delle merci.

Per alcuni versi, potremmo rilevare che, nel rintracciare la coerenza dei passaggi di questa metamorfosi, si smarca con eleganza, in quanto non affronta direttamente la «questione della validità della teoria che stabilisce che il valore delle merci è determinato in funzione del tempo di lavoro socialmente necessario alla loro produzione». (1)

Per Marx, il valore di una merce si compone dal capitale anticipato nel processo produttivo e dal plusvalore generato nel medesimo processo di produzione; il processo lavorativo dev’essere inquadrato come il processo di valorizzazione del capitale anticipato.

Il saggio di plusvalore è dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile anticipato, mentre il saggio di profitto è uguale al rapporto tra il plusvalore e il totale del capitale anticipato, cioè capitale costante più capitale variabile

 

Il problema della coerenza tra il libro terzo e il libro primo (2)

 

Marx, nel libro terzo de Il Capitale, giunge all’individuazione dell’uguaglianza dei saggi di profitto, in base all’uguaglianza dei saggi di plusvalore. Sembrerebbe, quindi, che ci sia una differenza invalicabile tra il libro primo e il libro terzo, poiché il tentativo di mostrare l’uguaglianza dei saggi di profitto, incontrerebbe l’ostacolo insormontabile della teoria del valore.

In altri termini, il libro terzo smentisce il primo, quando si afferma che capitali complessivi della stessa entità, sotto la pressione della concorrenza, darebbero luogo a saggi di profitto uguali, mentre nel libro primo si sostiene il contrario, cioè che i rendimenti dei capitali complessivi della stessa entità sono differenti, in quanto dipendono dalla composizione organica del capitale, vale a dire dal rapporto tra il capitale costante e il capitale variabile, fermo restando che è proprio la componente variabile a determinarne la differenza.

Il problema del saggio unico di profitto ha attirato l’attenzione di Smith e di Ricardo, ma anche dei marginalisti (Walras), tuttavia solo nell’impostazione marxiana si passa da una pluralità di saggi del profitto, intesi come il rapporto tra il plusvalore e il capitale anticipato in ogni singolo processo lavorativo, ad un livellamento degli stessi mediante l’azione della concorrenza e la creazione di una tendenza a un saggio generale.

L‘artefice della ricostruzione teorica della lunga disputa passa in rassegna una mole consistente della letteratura economica sul tema (Pasinetti, Sylos Labini, Samuelson, Sweezy, Bortchievicz, Sraffa, Böhm-Bawerk, eccetera ), evidenziandone il denominatore comune, ossia la critica volta a dimostrare l’inconsistenza logica del metodo di Marx, per quanto riguarda la procedura di trasformazione dei valori in prezzi, sostenendo che un simile filone di pensiero si è consolidato al punto tale che nella stessa manualistica, si è diffusa la narrazione che la teoria di Marx, da questo punto di vista, appaia come «sterile apologetica».

Quindi analizza le critiche rivolte a Marx, secondo le diverse sfaccettature, e propone una tesi suggestiva, ma senza la pretesa di possedere la verità in tasca. A suo modo di vedere, le interpretazioni critiche che prende in esame sono parziali, in quanto terrebbero conto solamente degli sviluppi teorici per come sono articolati nel libro terzo de Il capitale, mentre Serafini individua nei Grundrisse la via d’uscita da questa lunga controversia. Egli ritiene che le letture parziali traggono origine dal fatto che la prima edizione integrale di quest’ultima opera risale agli anni 1939-1941, a cura dell’IMEL di Mosca, mentre la diffusione in Occidente inizia solo nei primi anni sessanta.

Nello specifico, nel corso della sua dissertazione, c’è un punto sul quale insiste a più riprese: le interpretazioni parziali che hanno cercato di spiegare la relazione tra valore e prezzo, nel seguire lo schema logico del libro terzo de Il capitale, commettono lo stesso errore metodologico, vale a dire procedono dal primo al secondo e non viceversa.

Insomma, nei Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie, Marx, secondo Serafini, si muoverebbe in direzione opposta a quella de Il capitale, ossia procederebbe direttamente dai prezzi di mercato e non dai valori. Di conseguenza, il livellamento dei saggi di profitto avverrebbe mediante spostamenti del valore di scambio in funzione dei prezzi di vendita delle merci.

 

 

L’esempio del filo

 

Serafini riporta in forma schematica l’esempio del produttore di filo espresso da Marx in forma discorsiva nei Grundrisse e ci spinge, in qualche modo, a prenderne visione. (3)

Si ipotizza una situazione produttiva dove operano il capitalista A e il capitalista B, il primo produce filo e il secondo argento; entrambi hanno la stessa struttura di anticipo.

Il capitalista A produce filo a un determinato valore unitario e lo vende interamente a B a un prezzo inferiore al valore, parimenti B vende ad A al di sotto del valore unitario e perviene allo stesso saggio di profitto.

Posto il valore unitario pari a 5 e il prezzo di vendita pari a 4,95 e tenendo conto che C+ V (capitale costante più capitale variabile) è uguale a 4,5, avremo due situazioni ipotetiche, a secondo se il prezzo di vendita è identico al valore unitario oppure inferiore.

Nel primo caso C+V = 4,5, mentre PV (Plusvalore) = 0,5, quindi il saggio di profitto è pari 0,5/4,5 = 1/9, cioè 11,11 %.

Mentre nel secondo caso C+V = 4,5, PV = 0,45, cosicché il saggio di profitto è uguale al rapporto tra 0,45/4,5, cioè = 1/10 = 10,00 %

Dunque, se A vende a B 40 libre di filo, al disotto del valore unitario, ottiene un prezzo complessivo di 198. Infatti, 40 libre * 4,95 euro = 198. In questo caso, come abbiamo visto, il saggio di profitto, è pari a 1/10, cioè il 10 %. Il capitalista B, che nell’esempio di Marx produce argento, realizza dallo scambio un profitto pari a 2 e che in termini percentuali corrisponde all’1,1 %.

Ora, scrive Marx, se anche il capitalista B vende al di sotto del valore unitario, nel senso che punta a un saggio di profitto pari al 10%, dovrebbe pretendere una quantità inferiore di 40 libre di filo di cotone. Ma questo non accade ovvero è impossibile che ambedue i capitalisti vendano simultaneamente al di sotto del valore unitario.

Pertanto, nel caso supposto, il capitalista B, pagando di meno, ottiene un profitto pari all’11.1 %, anche se incassa dalla propria vendita il 10%, infatti, sommando quest’ultima entità alla variazione (determinata dal rapporto tra la diminuzione del prezzo di vendita e il prezzo complessivo) percentuale dell’1,1 %, si ottiene l’11,1 %.

La differenza di 2 euro, quindi, rappresenta il passaggio di valore che si realizza nello scambio con la vendita del filo da parte del capitalista A e il conseguente acquisto del capitalista B, il quale, oltre al plusvalore generato dal lavoro messo in movimento con il capitale anticipato, si appropria di una parte di quello creato dalla forza lavoro del capitalista A.

Il meccanismo appena descritto si ripete in tutti gli altri scambi che il capitalista A intrattiene con gli altri acquirenti, ognuno dei quali si approprierebbe della quantità di valore non realizzato, che nell’esempio preso in considerazione è pari a 2.

Queste implicazioni, secondo Serafini, porterebbero Marx ad affermare che «Il saggio generale del profitto può dunque diminuire, nell’una o nell’altra branca di produzione, per il fatto che la concorrenza costringe il capitalista a vendere al disotto del valore, ossia a valorizzare una parte del pluslavoro non per sé ma per i suoi compratori. Ma il saggio generale non può diminuire in questo modo».(4)

In realtà, Marx, nel prosieguo del discorso, in base alle coordinate bibliografiche messe in evidenza da Serafini, rimanda alla legge che spiega la caduta tendenziale del saggio di profitto. E nello stesso tempo precisa che la concorrenza non abbassa il livello, ma può creare la tendenza ad abbassarlo, «Ciò si realizza attraverso il rapporto dei prezzi nelle diverse branche di produzione, i quali nelle une scendono al di sotto del loro valore, nelle altre salgono al disopra di esso. Da qui deriva l’apparenza che l’uguale somma di capitale in branche di produzione disuguali crei uguale pluslavoro o plusvalore». (5)

La tesi individuata da Serafini è rinforzata dall’analisi di Marx del processo complessivo della produzione capitalistica. Difatti, l’esule tedesco, che trova rifugio a Londra, nell’esaminare il problema anche dal lato del consumo, elabora un’importante casistica del valore realizzato in termini di consumo da parte del lavoratore.

Dopodiché, si passa all’esempio che ipotizza un sistema economico costituito da tre capitalistici, A produce filo, B produce frumento e C produce argento, i quali per un medesimo valore (200), vendono merci a prezzi differenti, tali che la differenza tra prezzi e valori non è pari a zero. Per snellire la funzione espositiva di questo testo, prendiamo in considerazione la congettura che vede un capitale variabile pari a 20 in ciascuna sfera produttiva, mentre i lavoratori otterrebbero in termini di merci prodotte, dei valori differenti dai prezzi.

Tuttavia, precisa Serafini, questa differenza emergerebbe per i lavoratori solo al momento del consumo. In quanto nel sistema economico trattato si ipotizza che i lavoratori consumino l’intero ammontare di quanto percepito, per la loro partecipazione al processo produttivo.

Nel successivo passaggio, prende come riferimento il paniere individuato da Marx, paniere che s’intende rappresentativo di tutti i lavoratori e composto per un decimo da filo e per cinque decimi da frumento.

Nell’acquisto si verifica una perdita di valore pari a quattro decimi, quindi, se il salario che il lavoratore ottiene in ciascuna sfera produttiva è pari a 20, in base agli scambi che si realizzano in questo schema produttivo, egli guadagna un «profitto pari al plusvalore non realizzato nel complesso».(6)

Ma siccome l’analisi mira a prendere in considerazione il sistema economico complessivo, sia dal lato della produzione che dello scambio, emerge che, dal lato del consumo, il plusvalore di cui sopra è perduto dal lavoratore.

Infatti, nel caso in cui aumenti il potere di acquisto del lavoratore, nel senso che il valore delle merci acquistabili è più elevato rispetto al capitale variabile anticipato, il salario eccedente, nello schema considerato, non dovrà essere indirizzato necessariamente all’incremento dell’acquisto del filo, ma potrà essere utilizzato per ottenere un’altra merce.

In questo modo, continua Serafini, il lavoratore, dal lato del consumo, innescherà un aumento del prezzo di quella merce al di sopra del valore, mentre, dal lato della produzione, contribuirà a una diminuzione del proprio capitale variabile, con la conseguenza che tenderà a trasferire il plusvalore ottenuto ad un altro capitalista; per di più, tale variazione corrisponde a una grandezza quantificabile, mediante un’analisi differenziale, dato che la variazione del prezzo di vendita determina una variazione del potere di acquisto delle merci, rispetto alla costanza del valore complessivo.

 

La descrizione del processo complessivo: la tela

 

Lo sviluppo di questo punto, come sostiene Serafini, con l’aiuto della Tavola delle Risorse e degli Impieghi, confermerebbe la tesi di Marx circa l’impossibilità che un medesimo ammontare di capitale possa generare un identico saggio di plusvalore, perché come scrive lo stesso Marx, i rapporti di pluslavoro sono assolutamente differenti a seconda della produttività del lavoro e a seconda del rapporto tra materia prima, macchinario e salario da una parte, e il volume generale di produzione che bisogna raggiungere.

Inoltre, dai passaggi precedenti, dovrebbe essere chiaro che il prezzo di mercato oscilla intorno al valore di scambio. Nella Tavola N 1, ipotizziamo che il prezzo di mercato sia inferiore al valore prodotto per 250, se questa supposizione si verifica, ciò significa che nel primo passaggio dello scambio, ossia nella fase di anticipazione del capitale per l’avvio del processo produttivo, parte del valore sarà trasferito dal capitalista al lavoratore, poiché quest’ultimo riuscirà ad acquistare una quantità maggiore di merci, rispetto all’ammontare del salario che ha ricevuto precedentemente, quindi il suo salario viene rivalutato dalla caduta dei prezzi delle merci che deve acquistare, l’anticipo del salario che ha ricevuto subisce una rivalutazione, guadagna potere d’acquisto.

Di seguito riproduciamo le tavole (7) esemplificative, cercando di seguire il filo del discorso dell’autore.

Egli parte dal presupposto che il saggio di plusvalore in entrambi i settori, le sezioni, sia pari al 100%, il che significa che il rapporto tra plusvalore è capitale variabile sia pari a 1. Nella Tavola N 1, il valore della merce è = 3.500 e il prezzo è = 3.250.

tavala I

Dato che il capitale variabile è uguale al 40% del capitale anticipato, il lavoratore della Sezione I avrà ottenuto il 40% del valore non realizzato (250), mentre il 60% sarà ottenuto dal capitale costante.

Se i lavoratori non incrementano gli acquisti della merce, in relazione alla diminuzione del prezzo, il 40 % della differenza tra valore e prezzo sarà trasferito al capitalista della Sezione II, quindi il profitto della Sezione II sarà uguale a 750 + 40% = 850.

Ma il plusvalore della sezione I diventa 750, visto che a 1.000 bisogna sottrarre la differenza tra valore e prezzo che è pari a 250. Di conseguenza il saggio di profitto sarà uguale a 750/2.500 = 30%, un indice nettamente più basso di quello che si ottiene nella Sezione II, dato che 750/1750 = 43%: Qui, io direi, che c’è un’altra sottigliezza da prendere in considerazione, in quanto l’oscillazione del prezzo (la diminuzione) determina un differente saggio di plusvalore nelle due Sezioni.

In queste circostanze, si ipotizza che i capitalisti della Sezione I spostino il capitale là dove riceve una remunerazione maggiore, cioè nella Sezione II, e che lo spostamento sia tale da determinare il livellamento dei saggi di profitto tra le due sfere.

Nella Tavola successiva, Serafini, evidenzia che l’incremento del capitale costante nella Sezione II (Investimento netto di 750), partendo dall’ipotesi di uguaglianza dei saggi del plusvalore, determina il livellamento dei saggi di profitto. Ma come ho appena sottolineato, se si tiene conto della variazione del prezzo, il saggio di plusvalore varia, non è identico nelle due sfere produttive. Sembra che nell’analisi del modello, almeno questa è la mia percezione o valutazione, ogni volta che entra in gioco il prezzo, emergano le dinamiche contraddittorie. Il saggio di plusvalore è uguale sulla carta (nella Tavola), ma è diverso se lo mettiamo in relazione con le variazioni del prezzo, rispetto al valore.

Tavola 2

scheìhema

Dunque, Serafini parte dall’ipotesi dello stesso saggio di plusvalore nelle differenti sfere produttive – anche se come ho accennato, la variazione del prezzo, rispetto al valore, nella Sezione I evidenzia, in concreto, che i saggi di plusvalore sono differenti – e perviene ad identici saggi di profitto, sulla base di una diversa composizione organica del capitale anticipato. Pertanto, mostra che in un modello concorrenziale si possa giungere al medesimo saggio di profitto, sebbene non si verifichi l’uguaglianza della composizione organica del capitale anticipato. I critici della teoria di Marx, invece, hanno sostenuto con veemenza la tesi che se la suddetta uguaglianza, nelle differenti sfere produttive, è impossibile, allora il livellamento è irrealizzabile. Per di più, negli schemi qui riportati, è possibile cogliere il movimento contraddittorio, allorquando si vede la traslazione del valore mediante il prezzo.

Il merito dell’autore del libro consiste nell’aver ripercorso il dibattito intorno alla procedura della trasformazione dei valori in prezzi, utilizzando lo stesso linguaggio matematico – con tutte le pretese di razionalità e precisione che da esso promanano – dei critici della teoria di Marx e confutandone le accuse di incoerenza logica. Il limite, se così lo possiamo definire, potrebbe essere individuato nel fatto che costruisce un modello interpretativo (la tela), nel quale non è consapevole di effettuare un passaggio significativo che gli consente di spingersi oltre la logica formale. Se non si esce dal suo schema, è molto difficile raccapezzarsi.

(1) SERAFINI GABRIELE, La riproduzione complessiva del capitale. La controversia sulla “Trasformazione dei valori in prezzi” e la Tavola delle Risorse e degli Impieghi, Franco Angeli, 2013, pag. 150.

(2) Per un diverso approccio alla questione, che non si basi essenzialmente sulla logica formale, il lettore interessato potrebbe scorrere l’ebook di ESSEN LEO, Servire Dio e Mammona, LAntidiplomatico, 2021, oppure il mio articolo ad esso collegato, Il salto dai valori ai prezzi, www.coku.it.

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(3) MARX KARL, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia 1968-70, II vol. p.338

(4) MARX KARL, ibidem, p.340.

(5) Ivi.

(6) SERAFINI GABRIELE, op cit., p.132.

(7) SERAFINI GABRIELE, ibidem, p.148.

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