Piccoli miglioramenti nel campo visivo

Inviato da Eugenio Donnici il Mar, 03/07/2018 - 14:30
Lince, fonte wikipedia

 

“Sono tante le cose che impariamo a livello conscio, solo che dopo dimentichiamo quello che impariamo e ci serviamo della capacità acquisita”
M. H. Erickson

Chi non ha mai sperimentato o vissuto problemi legati alla vista, molto spesso, non riesce a gioire della nitida visione che possiede degli oggetti e dei soggetti che lo circondano. Dà per scontato che tutto si svolge secondo i canoni standardizzati del suo modo di vedere, il quale corrisponde alla normalità, e al massimo riesce ad esprimersi in modo empatico con chi soffre da difetti refrattivi.
Chi, invece, è afflitto da problemi visivi cronici, è difficile che riesca a cogliere la prospettiva di una persona con una vista normale. A volte, non è capace nemmeno d’immaginare come avvenga il processo visivo, poiché quest’ultimo segue un percorso inconsapevole. I movimenti oculari sono impercettibili e il vedere è una forma di apprendimento implicito, come lo è anche il camminare. Tant’è vero che entrambe le facoltà si sviluppano prima del linguaggio. Ovviamente, queste caratteristiche riguardano lo sviluppo cosiddetto “normodotato”, ma in molti soggetti il processo può essere invertito, come nel caso delle persone che sono cieche dalla nascita, le quali vengono rieducate a vedere con gli altri sensi. Tra questi due estremi ci sono tante situazioni di vita che formano un continuum molto variegato, ma con un denominatore comune: difetti visivi che esprimono diversi gradi di problematicità.
Quindi a secondo delle difficoltà che si devono affrontare, è necessario, in primo luogo, formulare il tipo di problema che si vive e provare a valutare le risorse e le energie di cui si dispone. Ma evidenziando, nello stesso tempo, che alcuni difetti visivi sono così cronici ed incrostati, cosicché si devono mettere in azione forza e tenacia, oltre il comune agire.
Se, per esempio, l’entità della patologia porta alla menomazione degli arti, il soggetto coinvolto non può far finta che sia afflitto da una lieve distorsione muscolare.
Come ci ricorda M. H Erickson, nel racconto autobiografico Come si impara a stare in piedi, imparare a camminare “è una cosa tremendamente complicata”, (1). Infatti essendo rimasto paralizzato in seguito a una grave forma di poliomielite, ha dovuto sperimentare e quindi potuto spiegare le enormi difficoltà che si incontrano durante la riabilitazione, quando si cerca di coordinare in modo consapevole, i piedi, le ginocchia, i fianchi e le braccia. (2)
Ecco perché colui che si avvicina al metodo della rieducazione visiva non deve farsi prendere dall’ansia del risultato immediato, anzi è opportuno che sappia esprimere la virtù della pazienza e sia attento ai piccoli cambiamenti, alle piccole variazioni.
Queste coordinate hanno ancor più senso per gli ipovedenti o per quelle persone che vivono gravi problemi di offuscamento; questi ultimi, avendo una visione molto labile, devono fare di tutto per rinforzare i propri occhi e non illudersi che la propria vista possa rimanere stabile, poiché una piccola variazione negativa potrebbe portare ad un ulteriore peggioramento della qualità della vita.
Tutto ciò non significa che chiunque si venisse a trovare in simili circostanze debba passare il resto dei suoi giorni in uno stato di continua allerta, con il rischio di altre complicazioni.
Come dice Aldous Huxley: “occorrono diversi anni per acquisire buone abitudini visive. Una volta formata, però, l’abitudine di usare correttamente gli organi mentali e fisiologici della visione diventa automatica. (3)
(1) M H. Erickson, La mia voce ti accompagnerà, Astrolabio, Roma 1984
(2) In questo contesto di apprendimento, potrebbe essere interessante far notare che la paralisi immobilizzò tutti i muscoli di M Erickson, tranne quelli oculari, quindi ebbe modo d’imparare a leggere il linguaggio non verbale delle persone che entravano nel suo raggio d’azione. Al contrario, chi soffre di difetti visivi ha grosse difficoltà con il coordinamento e il movimento dei muscoli degli occhi e stando alle scoperte che ha fatto il dottor W. Bates, un secolo fa, l’utilizzo degli occhiali contribuisce ad aumentare la rigidità degli organi della vista.
(3) The art of seeing, Flamingo, London 1985.

 

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