ARK OS. Il nuovo Sistema Operativo di Huawei

Inviato da Leo Essen il Ven, 31/05/2019 - 10:29
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Il 24 maggio 2019 Huawei ha depositato presso l’EUIPO (European Intellectual Proporty Office) la domanda 018070796 per il Trade Mark «Ark OS™», e la domanda 018070797 per il Trade Mark «Huawei Ark OS™». Il nuovo sistema Operativo (OS) di Huawei si chiamerà «Ark OS™», oppure «Huawei Ark OS™». La registrazione di un marchio UE ha una durata di 10 anni, e può essere rinnovata indefinitamente, e dà il diritto esclusivo all’uso del marchio.
Un Sistema Operativo è costituito dai software che gestiscono e rendono operativa la parte Hardware di un computer. Si chiama Sistema perché è composto da diverse parti, la più importante della quali si chiama Kernel; e si chiama Operativo perché senza di esso i software applicativi (le App) non possono appunto operare.
I Sistemi Operativi per dispositivi mobili non si distinguono in nulla da quelli installati nei computer, nei frigoriferi e nelle lavatrici intelligenti (IoT - Internet of things). Sono tutti composti da un Kernel, da un File system, da un Gestore di memoria, da un sistema di Scheduler e da una Interfaccia utente. I Sistemi più recenti hanno un'Interfaccia utente Grafica (GUI), più accessibile per l’utente finale. La GUI è tutto quello che noi vediamo sullo schermo e che tocchiamo con il dito o con il mouse. Tra il nostro dito e le icone o le finestre (interfaccia) ci sono le App. Le App comunicano con il Sistema operativo, il quale, a sua volta, comunica con la macchina vera e propria, ordinandole di mettere a disposizione le sue risorse fisiche per questa o quella operazione.
In genere, sia i software dell’OS, sia i software delle App, sono ceduti in licenza all’utente finale mediante le modalità previste dal diritto di autore (Copyright©). Il Kernel e molti altri importanti software del sistema operativo Android sono ceduti con licenza GNU GPL o con Licenza Apache o con altre licenze OpenSource.
Le App, di solito, comunicano direttamente con il sistema operativo vero e proprio. In altri casi, per garantirsi una maggiore portabilità, le App sono scritte in un linguaggio che non è immediatamente comprensibile dal Sistema Operativo. In questi casi c’è bisogno di un software che si incarichi di tradurre il linguaggio delle App in un linguaggio comprensibile dal Sistema operativo. Si tratta di una soluzione apparentemente laboriosa, ma che in verità semplifica la vita dei programmatori che scrivo le App. Il software che in Android è incaricato della traduzione si chiama ART.
Il 10 Marzo del 2019, Richard Yu, top manager di Huawei, ha dichiarato a die welt che la sua azienda usa gli OS di Google e di Windows, ma che già da anni lavora ad un piano B. Due mesi dopo (19.05.2019), sempre a die welt, il capo della divisione chip di Huawei, He Tingbo, ha detto che "Tutte le misure evasive che avevamo pianificato sono diventate durante la notte il Piano A". Il piano A, come riferisce The Time of India Technology, si chiama «ARK OS™», Sistema Operativo che verrà installato su Mate 30 e Mate 30 Pro. Nel nuovo sistema operativo, probabilmente basato su AOSP (Android Open Source Project), ART sarà sostituito da ARK compiler, mentre Google Play sarà sostituito da Aptoid.
Il rilascio di un nuovo OS, di per sé, non è una grande notizia, visto e considerato che di sistemi operativi pronti all’uso in giro per il mondo ce ne sono una marea: Sailfish OS, Tizen, Ubuntu Touch,Windows 10 Mobile, Firefox OS, senza contare i sistemi basati su AOSP, quali Replicant, LineageOS, OxygenOS, eccetera. La vera notizia è che Huawei vuole diventare come Apple. Vuole un Sistema Operativo che sia un tutt’uno con l'hardware. Vuole un ecosistema di App che non sia condiviso da altri dispositivi. Vuole fare fuori Google.
Per Google non è un buon momento. La sua fortuna economica, legata al movimento OpenSource e alle sue promesse di libertà, sta sempre più mostrando la sua vera natura liberista. Nelle intenzioni di chi lo ha promosso, l’OpenSource doveva consentire ad ognuno di accedere (open) alle risorse disponibili. Questa libertà, che per moltissimi ha significato l’accesso gratuito alla mail, alla musica, ai film, a Facebook, Twitter, YouTube e compagnia bella, si è trasformata nel suo contrario. Si è liberi di entrare e di uscire da questi sistemi, ma quando si è dentro non si può non essere espropriati di una parte del proprio prodotto. A fronte di un esiguo numero di persone super-pagate per la prestazione, c’è un esercito di produttori liberi – che non possono più essere chiamati lavoratori, perché in questi ambienti la frontiera tra chi lavora e chi non lavora è sempre messa in discussione – c’è un esercito di produttori liberi sottopagati, o pagati in natura, o non pagati per nulla, o che addirittura devono pagare le sponsorizzazioni che tengono in piedi la baracca, sponsorizzazioni che le aziende ammortizzano sui prodotti di consumo tradizionali. In più, il sogno del socialismo utopista con ascendenze rousseauviane di una rete che potesse eliminare ogni mediazione, ogni intermediario, ogni rappresentante, ogni delegato; che potesse eliminare dalla circolazione il medio (M-D-M) realizzando un ricambio organico sociale immediato (M-M), si è infranta contro l’evidenza lampante di una rete globale che ha moltiplicato e reso incontrollabile proprio quel medio che nelle intenzioni degli entusiasti della rete e del movimento Open Source doveva essere eliminato.
Infine, non si può sorvolare sul fatto che Huawei ha registrato un marchio, ovvero il nome di un prodotto, e non un prodotto vero e proprio. In un mercato di Sistemi Operativi ormai saturo non si tratta di farsi largo agendo sull’offerta, introducendo innovazioni di prodotto, ma di farsi largo agendo sulla domanda, come seppero fare Google e Facebook, quando si intestarono i temi della democrazia diretta, del codice aperto, dello streaming live, dell’accesso libero, della disintermediazione, eccetera eccetera, spacciando l’idea di un capitalismo senza capitalisti, di una democrazia senza parlamento, di un sindacato senza delegati, di un partito senza sedi e funzionari.
Gli utopisti, diceva Marx nel 1857, vogliono la merce, ma non il denaro, vogliono la produzione basata sullo scambio privato senza le condizioni necessarie di questa produzione.

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