Grandi e piccoli musicisti

Inviato da Leo Essen il Gio, 27/08/2020 - 17:22
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Siamo quasi a un punto di non ritorno. Bisogna cambiare rotta o finirà tutto. Finiranno i concerti, finirà la musica, finirà il mondo intero. A lanciare questo appello sono stati grandi artisti come Sting e Madonna. Sul banco degli imputati hanno portato il consumismo, la voglia sfrenata di ribaltare il dentro sul fuori e ingoiare se stessi e il mondo, come in un incubo alla Escher.

Gli artisti di media statura, come Van Marrison, invece, auspicano un ritorno allo status quo ante Covid, cedono a un conservatorismo radicale che ricorda tanto Mishima.

La musica dal vivo non si ferma, la vita non si ferma, se sono altri a volerla fermare, tanta vale fermarla con le nostre mani, magari con un bel Seppuku.

La differenza tra grandi artisti e manovali dell’arte sta in ciò, che i primi sono dei rentier, mentre i secondi sono dei proletari dell’arte.

Il grande artista, rintanato in un luogo ameno - magari in Toscana -, pensa, sogna, si sderena, e la mattina presto, dopo l’esercizio yoga, figlia l’opera. Con la tecnica moderna – la radio, il vinile – l’opera viene stampata e diffusa in tutto il mondo, in centinaia di milioni di copie. Per ogni copia, il grande artista riceva un obolo, una tassa, una Royalty, un interesse, in verità, un affitto, in quanto l’utente finale non compra l’opera, ma solo il suo uso. Pertanto, alla stessa stregua del proprietario terriero, che affitta la terra, del proprietario di banca, che affitta il denaro, del proprietario di un qualsiasi brevetto (medicine, eccetera) che affitta l’uso dell’invenzione d'ingegno, il grande artista affitta l’uso dell’opera.

I moderni mezzi di diffusione di massa hanno reso possibile estendere, a costi irrisori, l’affitto dell’opera a milioni, anzi, miliardi di persone contemporaneamente, creando quel fenomeno di sfruttamento della posizione che gli economisti conoscono da tempo. Non è la bontà del prodotto a determinare l’arricchimento, visto che di prodotti identici il mercato è strapieno.

Prendiamo il caso della moneta. La corona danese, in quanto moneta fiduciaria a corso legale, può svolgere bene lo stesso ruolo svolto dal dollaro, e far felici e più ricchi i cittadini della penisola nordica. Senonché, la Danimarca non è l’America, non occupa la stessa posizione nel mondo, non ha accesso alla stessa potenza di fuoco. La verità metafisica della moneta – il suo valore contabile – deriva dalla forza dei cannoni, così come la verità estetica della canzone – il suo valore musicale – deriva dalla forza di diffusione dei mezzi di comunicazione di massa.

I proletari della musica – non è il caso di Van Morrison – sono impiegati della grande industria dell’intrattenimento. Producono plusvalore e salario. Arricchiscono se stessi solo nella misura in cui arrischino il proprietario degli strumenti di produzione.

Schiacciato tra i proletari dello spettacolo e il Grande artista, Van Morrison crede bene di consumare in un grande fuoco se stesso e il mondo, fottendosene della lezione di Andy Warhol, il quale vedeva nel consumo di massa proprio il depotenziamento del grande artista.

Sting, nonostante l’accumulo derivato dalla rendita sulle sue creazioni, non potrà mai mangiare un Hot Dog più buono del mio – avrebbe detto Andy Warhol, ridendo del non-potere del denaro davanti ai prodotti di massa.