Se Brancaccio legge Marx

Inviato da Leo Essen il Mer, 04/09/2019 - 11:24
brancaccio cammina nel vuoto

La Teoria dell’equilibrio, formatasi tra 1870 al 1900, è una figlia maldestra della logica hegeliana.
Senza Hegel – dice Heidegger nelle sue lezioni del 1938 - il positivismo non sarebbe arrivato ad affermare il suo principio, secondo cui l’obiettività consiste nel tendere l’orecchio, quasi che le cose parlino e lo scienziato stia ad ascoltare e a registrare le loro voci.
Al suo apparire questo approccio era interamente confermato dai risultati sorprendenti della scienza e della tecnica. La ripetizione di una procedura – algoritmo -, abbinata alla standardizzazione delle prestazioni, produceva ricchezza in modo quasi automatico e illimitato. I benefici apparivano così estesi ed evidenti che persino il marxismo dovette cedere alle lusinghe del positivismo, tanto da indurre Benedetto Croce a bacchettare il suo maestro Antonio Labriola, colpevole di aver creduto possibile trovare la formula per intendere tutti i fatti storici (Croce,1899 ). Applicando questa formula, dice Croce, la comprensione esatta di ogni fatto diventerebbe tanto facile quanto la soluzione di un’equazione di primi grado.
Ciò che la teoria positiva dell’equilibrio cercava era proprio questa formula. Di più. Cercava l'algoritmo da sottoporre ad una macchina, così da esentare l’uomo da calcoli troppo vasti per essere computati dalla sola materia grigia.
Nel 1872 Walras crede di avere trovato questa formula. Ci sono dei mercati, dice, in cui le vendite e gli acquisti si fanno à la criée per mezzo di agenti. Ma, chiede, da un punto di vista teorico, la presenza degli agenti è forse più necessaria di quella degli scambisti stessi? Niente affatto. Questi agenti sono gli esecutori puri e semplici di ordini scritti su dei carnets; se invece di «gridare i prezzi», essi dessero questi carnets a un calcolatore, il calcolatore determinerebbe il prezzo di equilibrio non certo altrettanto rapidamente, ma senz’altro più rigorosamente di quanto non avvenga mediante il meccanismo del rialzo e del ribasso. Noi, dice, siamo questo calcolatore: le nostre curve di domanda rappresentano gli ordini degli scambisti; ci si dia il tempo necessario e potremmo determinare matematicamente i nostri prezzi di equilibrio.
In verità la teoria dell’equilibrio aveva un proposito molto più nobile: trovare un regolo calcolatore col quale determinare esattamente le proporzioni tra i redditi, e così eliminare l’ingiustizia.
La ricerca di questo regolo è antica perlomeno quanto la modernità.
Nel 1685 – ma l’intuizione l’aveva avuta nell’adolescenza - Leibniz crede davvero possibile trovare una formula esatta che, dice, con un qualche genere di calcolo, al modo con cui vengono risolti i problemi dell’aritmetica o della geometria, si possano riportare precisamente le parole alle cose designate. Trovato questo regolo, e ricondotti i ragionamenti a calcoli, dice, si potranno facilmente terminare le controversie e imporre il silenzio ai settari. Bisogna fare in modo, dice, che ogni paralogismo non sia altro che un errore di calcolo e che un sofisma, espresso in questo nuovo tipo di scrittura (La caratteristica), non sia altro in realtà che un solecismo o un barbarismo, facilmente refutabile in base alle stesse leggi di questa grammatica filosofica. Ciò fatto, dice, quando nasceranno controversie, non vi sarà bisogno di disputare tra due filosofi più che tra due contabili: basterà infatti prendere in mano la penna, sedersi davanti all’abaco e (preso con sé, volendo, un amico) dirsi a vicenda: calcoliamo.
Il problema nasce appunto dall’esigenza di recuperare un rapporto adamitico tra le parole e le cose.
Il prezzo, dice Marx nel Capitale (I,1,cap. 3), è il nome (di denaro) della quantità di lavoro spesa nella produzione della merce. Il prezzo è il nome della cosa-lavoro.
Un tessitore che si reca al mercato per vendere il suo prodotto ha tra le mani la tela, e sa quante ore di lavoro ha impiegato per produrla. Tuttavia, si domanda ancora: «Quanto denaro potrò chiedere?» Un teorico dell’equilibrio – Menger, Walras, Marshall – suggerirebbe di criés par hazard, di proporre un prezzo a caso, sarà il mercato (domanda e offerta), avanzando per tentativi ed errori (tâtonnements), ad incaricarsi di generare il prezzo esatto. Il tessitore dovrà solo tendere l’orecchio e ascoltare la verità che le cose gli suggeriranno.
Anche Marx è stra-convinto che il passaggio dal valore al prezzo non è un attraversamento, ma un salto (Überspringen). Ciò vuol dire che non c’è una strada tracciata che porti dal corpo della merce (Warenleib) al corpo del denaro (Goldleib). Il passaggio è un azzardo, è, appunto, un salto. Anzi, dice Marx, un salto mortale. Non è detto che esso vada a segno. Marx lo sottolinea più volte. L'articolazione sociale creata dalla divisione del lavoro è un organismo spontaneo di produzione le cui fila si sono tessute e continuano a tessersi alle spalle dei produttori di merci. Se il bisogno di tela, dice Marx, è soddisfatto già da tessitori rivali, il prodotto del nostro amico diventa sovrabbondante, superfluo e con ciò inutile.
Inutile, dunque senza valore, senza un ritorno da redistribuire come reddito tra i fattori della produzione. Dunque, senza plusvalore.
Su questo punto ciò che si legge nel Primo libro del Capitale (e non nel Terzo libro, per esempio nel capitolo 50) sembra essere, anzi, è perfettamente in linea con la teoria dell’equilibrio. Il prezzo è verificato dal mercato. Se il mercato non convalida il prezzo, il bene sottostante perde il suo valore presunto. In più, dice Marx, il nostro amico tessitore, il quale ha diligentemente speso nella produzione della tela x ore di lavoro, pretende dal mercato il pagamento del valore che dalle sue mani è passato nella tela. Ma purtroppo per lui, dice, le cose non stanno così. Tutta la tela sul mercato vale soltanto come un solo articolo di commercio, ogni pezza vale soltanto come parte aliquota di esso. Ciò vuol dire che se un suo concorrente ha impiegato x Meno 2 ore di lavoro per produrre la stessa identica quantità e qualità di tela, il nostro amico dovrà accontentarsi di x Meno 2, e considerare le ulteriori due ore come inutili, nonostante esse siano state effettivamente spese. Come si vede, il passaggio dal valore al prezzo non è tracciato. Il progetto di Proudhon di liberarsi dei prezzi e di ripartire il reddito mediante l’adozione di un cedolino orario deve rimanere confinato nell’idea. Solo idee pure si scambiano (si scambierebbero) esattamente con idee pure, oppure, ma è la stessa minestra riscaldata, solo merci o panieri di merci (Sraffa) si scambiano (si scambierebbero) esattamente con merci. Nella misura ideale dei valori, dice Marx nel Capitale (I,1,cap. 3), sta in agguato la dura moneta, la moneta sonante. Non c’è una strada tracciata che porti dal corpo della merce al corpo del denaro. Eppure, se si vuole vendere, si deve azzardare il passaggio dal valore al prezzo. Il passaggio è un salto mortale. Se questo salto riesce, e la merce realizza il prezzo, non si può ancora dire che il prezzo esatto sia uguale al prezzo giusto. L’equivalenza tra i due è solo una tra le tante possibilità.
Il valore di mercato (prezzo), dice Marx nei Lineamenti (II,71), è sempre diverso ed è sempre o inferiore o superiore al valore reale. Il valore di mercato si livella al valore reale attraverso le sue oscillazioni costanti. Mai attraverso un’equazione col valore reale come terzo elemento, bensì attraverso una continua differenziazione (Hegel direbbe, aggiunge Marx: non mediante un’identità astratta, ma mediante una costante negazione della negazione, ossia di se stesso come negazione del valore reale). Il prezzo, dice, si distingue dunque dal valore non soltanto come ciò che è nominale da ciò che è reale, ma anche per questo motivo: che il secondo si presenta come la legge dei movimenti percorsi dal primo. Questi movimenti sono però costantemente diversi e non si adeguano mai o soltanto in via del tutto accidentale ed eccezionale. Il prezzo delle merci è costantemente superiore o inferiore al loro valore, e lo stesso valore delle merci esiste soltanto negli alti e bassi dei prezzi delle merci. Domanda e offerta determinano costantemente i prezzi delle merci; non si adeguano mai, o soltanto accidentalmente; ma i costi di produzione da parte loro determinano le oscillazioni della domanda e dell’offerta.
Se si legge questo passo dei Lineamenti senza avere tra le mani la Logica di Hegel si rischia di prendere fischi per fiaschi. Cosa significa, per esempio, che il prezzo delle merci è costantemente superiore o inferiore al loro valore, e lo stesso valore delle merci esiste soltanto negli alti e bassi dei prezzi delle merci?
Vuol dire che il valore non è, rispetto alle oscillazioni del prezzo, un terzo elemento cui rapportare questi scostamenti per valutarne lo scarto dal prezzo esatto o da esigere. Se si pone il valore come un terzo elemento, si cade nel cattivo infinito. Oppure si crede, gareggiando con Dio, di aver trovato l’algoritmo da sottoporre ad un super-calcolatore o a un insieme di calcolatori collegati in rete e programmati a dovere e in grado di generare il prezzo giusto, e dunque la giusta divisione dei redditi. Per Leibniz mettersi al posto di Dio non è possibile, in quanto nel calcolo, come nei quozienti irrazionali, la risoluzione procede all’infinito. Certo, dice, nel calcolo si giunge comunque a una misura comune e si ottiene una serie, però si tratta di una serie approssimata. Le verità contingenti, dice, richiedono nel loro sviluppo un’analisi infinita, che solo Dio può percorrere. E perciò possono essere conosciute a priori e con certezza soltanto da lui. Anche se infatti si può sempre rendere ragione di uno stato posteriore con quello anteriore, tuttavia di questo si può a sua volta rendere ragione, e pertanto non si arriva mai all’ultima ragione nella serie. Ma lo stesso progresso all’infinito, dice, ha una ragione, che a suo modo potrà sempre essere intesa, fuori della serie, immediatamente dall’inizio, in Dio autore delle cose, dal quale più che da se stessi dipendono gli antecedenti come i conseguenti.
Walras, con maggior fede, crede possibile, una volta risolti i problemi di computisteria e una volta dotatisi di una potenza i calcolo sufficientemente grande, magari distribuita globalmente (tipo la rete di calcolo di Facebook), di poter gareggiare con Dio, anche al costo di vedere questo Dio costretto a subire la giustizia delle criés par hazard, come un ladrone qualsiasi.
Alla domanda del nostro amico tessitore («Quanto denaro potrò chiedere?») può rispondere giustamente solo Dio. Non c’è calcolo che tenga. Perché non si tratta di potenza di calcolo e di algoritmo, ma di abbracciare la serie completa delle compere e delle vendite, il che è impossibile, a meno di porsi fuori dalla serie, ma porsi fuori dalla serie significa porsi fuori dal tempo. Il computo, a questo punto, non può che risolversi in identità astratta, in tautologia, alla Proudhon o alla Sraffa. Marx non insiste su questo punto. Sia nel Capitale (I,1,cap. 3), sia nei Lineamenti (II, 72), dice di non poter tornare su questa questione, che a un hegeliano che scrive negli anni 50 deve apparire ovvia. In più, dice (Lineamenti II, 72), tutto ciò io l’ho mostrato nel mio pamphlet contro Proudhon, e non occorre qui approfondire la questione.
Eppure, se si provasse a piazzare un computer in ogni negozio, in ogni cassa, sulla bancarella di ogni ambulante, persino nelle tasche di ogni consumatore e di ogni trader, forse si riuscirebbe a quadrare il cerchio e a far coincidere esattamente valore e prezzo, oppure (ma è la stessa cosa) valore nominale e potere d’acquisto. Se non si riesce in questa operazione, e si lascia oscillare il prezzo intorno al suo cardine – che non è un paniere di beni di consumo rappresentativi, o un paniere di materie prime, oppure, come nel progetto della moneta di Facebook Libra, un paniere di depositi bancari e titoli di Stato a breve termine, in quanto, in senso rigorosamente scientifico (Hayek, 1976), non esiste un paniere con valore perfettamente stabile che possa funzionare da cardine, perché il valore esprime essenzialmente il rapporto variabile in cui due beni si scambiano, in maniera che non c’è alcuna ragione per supporre che un oggetto mantenga lo stesso valore per due giorni di seguito - se non si riesce nell’operazione, e si lascia oscillare il prezzo intorno al suo cardine, e queste oscillazioni superano, in una direzione, una certa soglia inflattiva, ciò, dice Hayek, porterà alla distruzione della nostra civiltà.
Ora, che le oscillazioni potessero essere motivo di violenti catastrofi lo aveva ribadito anche Marx nel Capitale (I,1,cap. 3), dove dice che se il farsi esteriormente indipendente dei due momenti (compra e vendita) prosegue fino a un certo punto, l’unità si fa valere con la violenza, attraverso una crisi. La crisi deriva da queste oscillazioni, ma queste oscillazioni non sono di ordine matematico-quantitativo. Non è un di più di un qualcosa (per esempio denaro) che produce la crisi. La crisi è prodotta dall’oscillazione. Ma non c’è alcun cardine, nessuna sostanza, nessuna ultima istanza. L’oscillazione spazia in due momenti. Se non ci fosse questo spaziamento, non ci sarebbe crisi, non ci sarebbe sdoppiamento tra valore e prezzo, tra valore nominale e potere d’acquisto, eccetera, e non ci sarebbe inflazione, dato che l’inflazione non è, come spiega bene già Montesquieu, il rapporto di un quantità di una cosa x con una quantità di una cosa y, ma il rapporto di due cose in movimento. Quando Marx dice (Lineamenti II, 70) che il valore è la forza impulsiva (Triebkraft) e il principio motore delle oscillazioni a cui vanno soggetti i prezzi delle merci durante un periodo determinato; oppure quando dice nel Capitale che il valore delle merci esiste soltanto negli alti e bassi dei prezzi delle merci, vuol dire che il prezzo è il fenomeno dal valore, e che senza valore non ci sarebbe fenomeno, visto che il valore fornisce la forza impulsiva – il Triebkraft. Ma il valore non è la sostanza del prezzo. Il valore è l’intero che si divide in valore e prezzo, è l’identità dell’identità e della non identità. Il valore non cade fuori dal prezzo, non è il cardine intorno al quale oscillano i prezzi, e non è nemmeno un prezzo, perché il prezzo ha ancora bisogno del valore. Quando la teoria dell’equilibrio dice che non c’è alcun valore assoluto, quando si incaponisce nelle sue dimostrazioni, come Menger in Geld, ed è catturata nelle maglie del cattivo infinito, rinuncia alla possibilità di un prezzo giusto in cambio di un prezzo esatto.
Il valore del ferro, della tela o del grano, dice Marx nel Capitale, esiste (existiert), sebbene invisibile (obgleich unsichtbar), nel corpo tangibile di queste merci. Non appena il ferro viene tradotto (Triebkraft) verso il mercato, si sdoppia in sé e in tutto quello che non-è: oro. Questo oro è oro ideale (ideell) che s’aggira fantasmagoricamente nella testa del ferro (in ihren Köpfen spukt). Anche la dura moneta subisce la stessa traduzione. Quando i due corpi infestati, con un salto mortale, cambiano di posto, è possibile che sul campo rimanga come limatura un resto, anche se i custodi, con tutti i computer del mondo, si adoperano a che questo resto sia ridotto a zero. Se poi, prima del salto, si trovasse un algoritmo che riuscisse a far entrare esattamente il corpo della merce (Warenleib) nel corpo del denaro (Goldleib), tutte le crisi sarebbero risolte e tutti gli scambi sarebbero azzerati, dando largo spazio alla programmazione, con grande gioia del ricardiano nostrano Emiliano Brancaccio. In attesa che questa formula magica venga trovata, le basi delle decisioni economiche quotidiane, dice Hayek, dovranno ancora essere il risultato di calcoli costanti effettuati tramite un computer in cui dovranno essere immesse, non appena disponibili, le ultime informazioni sui prezzi dei beni; e ogni registratore di cassa dovrà essere dotato di computer che istantaneamente informino i consumatori di ogni piccola oscillazione dei prezzi nei mercati concorrenti. Infine, rimane la possibilità di rapportare il Warenleib e il Goldleib al valore assoluto come terzo elemento ideale, dimostrando così con certezza l’identità tra i due estremi dell’equazione, ovvero che A è uguale ad A.
Ciò che vi è di comune tra la Teoria dell’equilibrio e il Capitale è la connessione delle merci. Una singola merce non ha alcuna valore. Non si danno prezzi singoli. Ma mentre la Teoria dell’equilibrio rinuncia alla conoscenza del prezzo assoluto, e rinuncia anche alla conoscenza delle condizioni che permettono la conoscenza dell’oggetto assoluto, in quanto questa deve essere possibile a priori, accontentandosi con ciò di un prezzo relativo e dunque di una conoscenza di fatto, arretrando da Kant all’empirismo, Marx non rinuncia alle conquiste dell’idealismo e all’esigenza di una verità assoluta.
Nel capitolo 50 del Terzo libro del Capitale non rinuncia al prezzo assoluto in favore di un prezzo relativo. Ciò che nel capitolo 50 Marx vuole mostrare è che la Teoria dell’equilibrio non può fare a meno di un concetto di valore assoluto. Essa deve adoperare sempre categorie dell’essenza, per esempio nell’assunzione iniziale del valore (utilità) dei fattori, se vuole anche solo formulare enunciati.
Un uomo, scrive Marx (Capitale, III, cap. 50), si trova a competere con altri, e la concorrenza lo costringe a vendere allo stesso prezzo degli altri. Ma perché questo prezzo è 10 o 20 o 100? C’è una bella differenza tra incassare 10 mila euro, 20 mila euro, 100 mila euro o 500 mila euro. La Teoria dell’equilibrio ci dice che questi prezzi sono Esatti. Che è la domanda a determinare cosa è utile e cosa dunque merita un apprezzamento. Dopodiché, questo apprezzamento non avviene in modo diretto, ma sempre rapportando ciò che è in mano al venditore e ciò che è in mano al compratore a una terza cosa che rappresenta il termine medio capace di far entrare il primo termine nel secondo (Menger, 1871). Ora, o questa terza cosa è un oggetto reale, allora c’è bisogno di un quarto oggetto reale a cui rapportare i primi due con il terzo, e poi un quinto a cui rapportare il quarto, senza mai trovare un termine ultimo, scadendo così nel cattivo infinito e producendo un prezzo esatto ma non giusto; oppure, il terzo termine è un termine ideale, ma a questo punto bisogna dimostrare come l’ideale fa il suo ingresso nella storia, visto che è chiamato a misurare due cose, la compera e la vendita, reali. Quando Menger, in Geld, cerca disperatamente una porticina dalla quale far entrare la legge nella storia, non si accorge di essere alle prese, in una battaglia preliminare, con il cattivo infinito. La teoria dell’equilibrio è totalmente disarmata di fronte alla domanda di chi chiedi se i prezzi Esatti sono anche prezzi Giusti. La sola cosa che la concorrenza ci dice, è che il prezzo deve essere una grandezza determinata. Ma questo, dice Marx, lo sapevamo anche prima.
Nel capitolo 50 Marx ci mostra, da una parte,
come la Teoria dell’equilibrio si limiti, dividendo arbitrariamente il continuum in unità discrete, a imprimere il punto in cui l’oscillazione si fissa in un tempo dato, e, dall’altra parte, come la Teoria ricardiana del valore-lavoro è tautologica e si fermi all’identità astratta.
Ciò che invece Marx ci dice nel capitolo 3 del Primo libro è che il passaggio dal valore assoluto al prezzo è già sempre stato. Non c’è altro modo di intendere il passaggio al prezzo che come un passaggio che precede il passaggio. Come un salto mortale. Un salto in avanti, che è un salto all’indietro. Infine, ci dice, ponendo una pietra tombale sulla pianificazione, che la differenza tra prezzo e valore, differenza che non si colma, ma che si supera con un salto mortale, differenza che è motivo di violente crisi e distruzioni, è anche ciò che permette lo scambio. Senza questa differenza non si saprebbe come tradurre i beni al mercato. E non c’è calcolo che possa colmare questa differenza, perché il calcolo – dovrebbe saperlo anche Brancaccio (2011), lettore della domenica di Derrida – è possibile finché essa è possibile.

Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, 1899.
Gottfried W. Leibniz, Sull’arte caratteristica, per praticare le scienze che si basano sulla ragione, 1685-92.
Friedrich von Hayek, La denazionalizzazione della moneta, 1976.
Carl Menger, Principi di economia politica, 1871.
Emiliano Brancaccio, Luigi Cavallaro, Leggere il capitale finanziario, Mimesis 2011.