Lo strapotere di Lukašėnko e la sottomissione alla logica del capo

Inviato da Eugenio Donnici il Sab, 12/09/2020 - 16:32
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Nel seguire da vicino la crisi che avvolge la società della Bielorussia, si vive un intenso riverbero che mette in moto immagini, suoni e voci del popolo che abita quel territorio

E quando si ripercorre, anche se a grandi linee, la storia di un popolo, riaffiora, seppur in modo contraddittorio, la sensazione di artificialità dei confini che racchiudono un territorio. Dire ciò non significa che non ci siano confini, anzi esiste un confine che separa e unisce l’identità di ogni persona, ma esso non è lineare, varia con il variare delle interazioni e delle circostanze, per lo più è permeabile, specialmente là dove ci sono i punti di contatto.

I confini nazionali, però, a differenza di quelli tra due individui, sono molto più astratti, in quanto vengono tracciati sulla carta, in base agli accordi raggiunti, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo lunghi e sanguinosi conflitti.

Ed è proprio in occasione di scontri e tentativi di rivolgimenti sociali, all’interno di un determinato paese, che i vecchi e delicati equilibri geopolitici dei paesi limitrofi iniziano a traballare. Ovviamente, tali dinamiche non sono valide in ogni quadrante, tant’è vero che gli scontri tra forze dell’ordine e Gilets Jaunes, in Francia, hanno causato, fino a questo momento, molte più vittime del conflitto che si è riaperto, tra l’amministrazione di Lukašėnko e il movimento di protesta, a partire dalla data delle ultime elezioni, ma l’UE non ha sanzionato la Francia, né tanto meno l’Italia ha visto un pericolo per i propri confini.

In Bielorussia, invece, il Presidente in carica e la sua cricca vedono, temono e sospettano ingerenze da parte delle forze della NATO, sono convinti che ci siano finanziatori occidentali a sostegno delle forze di opposizione.

Negli Stati Uniti, forse, neanche la CIA vede l’ombra di una probabile usurpazione del confine da parte delle truppe messicane, in relazione alle rivolte interne che hanno messo a ferro e fuoco tante città pochi mesi fa e che sono riapparse in alcuni Stati in questi ultimi giorni.

Allora, perché il Presidente della Bielorussia allerta il suo esercito per difendere il confine occidentale e allo stesso tempo chiede la protezione di Putin?

In molti potrebbero credere che si tratti di un bluff. Ma ho paura che non lo sia.

Antefatto

Essenzialmente per tre motivi strettamente interconnessi tra di loro: il primo, viene da lontano e affonda le sue radici nella mutabilità delle linee di confine, nell’area attorno alla Bielorussia, a partire dal periodo in cui inizia a prendere forma il concetto di Stato-nazione; il secondo, procedendo in ordine temporale, risiede nelle profonde crepe che causarono la Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione russa. Dal 1918 al 1921 il lembo di terra che corre dal Baltico al Mar Nero, da Nord a Sud, e che, in particolar modo, fa riferimento alle Repubbliche baltiche, alla Polonia, all’Ucraina e alla Bielorussia, da Ovest verso Est, è teatro di continui capovolgimenti di fronte, per ciò che concerne la definizione dei confini e degli schieramenti in campo. Brest Litovsks, Versailles e il trattato di Riga, furono tre tappe fondamentali per spezzettare e rimettere insieme i suddetti territori e ridisegnare i delicati equilibri geopolitici, in base alle mutevoli sfere d’influenza.

I popoli di queste aree non fecero in tempo ad approfittare della dissoluzione degli Imperi centrali e dall’Impero zarista, in quanto entrarono nell’orbita dell’Unione Sovietica, lungo il confine orientale e delle forze che dettarono le regole durante la Conferenza di pace di Parigi, lungo il confine occidentale. A complicare il quadro della situazione ci pensarono i Governi di Francia ed Inghilterra, i quali, nel tentativo di sotterrare la potenza germanica, istigarono pesantemente il risentimento e l’odio di quasi tutto il popolo tedesco e lo buttarono nelle braccia di un branco assetato di sangue.

Una volta terminati i tragici eventi del secondo conflitto mondiale, gli uomini e le donne di quelle terre, che avevano organizzato la resistenza contro i regimi nazisti e fascisti, si allearono con il sol dell’avvenire e spianarono la strada all’avanzata dell’URSS verso l’Europa occidentale.

Il balletto a fisarmonica, com’è noto, riprese dopo la caduta del muro di Berlino, allorquando i paesi della Cortina di ferro approfittarono della disgregazione del sistema sovietico e del conseguente allentamento della sua morsa, per rivendicare la libertà di autodeterminazione, nonché la libertà di sbarazzarsi dell’economia pianificata e transitare verso un modello misto.

Il terzo motivo è recente e riguarda la guerra nell’Ucraina orientale, nell’area del Donbass, che vede contrapposti i separatisti russi, appoggiati dal Cremlino, e le milizie del Governo di Kiev. Sebbene sia sparita dalle cronache mediatiche, essa continua a mietere vittime, per via delle mine antiuomo sparse intorno all’area del conflitto.

Questa breve introduzione, a mio avviso, è necessaria, altrimenti qualche lettore potrebbe ipotizzare o immaginare che Lukašėnko sia uscito dal cappello di un prestigiatore.

Il “mercato sociale”

In realtà, forte delle sue convinzioni politiche, Lukašėnko fu uno dei pochi che si oppose allo smantellamento e allo smembramento dell’Unione Sovietica e alla sua trasformazione in CSI, nel 1991.

Un anno prima divenne deputato del Soviet bielorusso e fondò il partito “Comunisti per la Democrazia”, poiché continuava a credere che la spinta propulsiva del socialismo reale non fosse terminata e che quindi c’erano i margini per poter sperimentare i principi fondanti di questa dottrina in senso pluralista, mettendo in discussione le condotte politiche che avevano ostacolato la libertà di associazione e che avevano censurato la libertà di criticare i privilegi dei burocrati e dei dirigenti del partito unico.

Il suo agire in controcorrente fu premiato nel 1994, quando al secondo turno venne eletto Presidente della Bielorussia con un esito plebiscitario. Non curante dalla politica economica adottata dagli altri paesi dell’ex blocco sovietico, si oppose fermamente all’introduzione selvaggia dell’economia di mercato e al processo di privatizzazione degli apparati produttivi statali.

La profonda recessione che investì la Bielorussia gli diede una mano, il forte malcontento popolare si lasciò incanalare dalla promessa del Governo di sollevare il paese dal baratro in cui era precipitato. Il rifiuto dei diktat della Banca Mondiale e del FMI resero Lukašėnko credibile agli occhi degli strati sociali maggiormente colpiti dalla crisi. Infatti, non solo cancellò i pochi disegni di legge liberisti adottati dal precedente Governo, ma mise a punto una strategia economica che mirava al controllo dei prezzi e al raddoppio dei salari.

Non ha soffocato l’iniziativa privata, ma ha impedito che i vantaggi della singola impresa potessero essere a discapito della maggioranza dei cittadini. E sotto questo punto di vista, il gruppo dirigente di Lukašenko è riuscito a far passare il messaggio che non ha senso parlare di progresso economico, se a giovarne sono in pochi.

C’è da aggiungere, però, che questa visione della società rimane ancorata all’interesse nazionale, al sovranismo, credendo, ingenuamente, nella propria indipendenza economica e politica, tranne poi constatare le miriadi di interrelazioni che legano le attività produttive del paese al resto del mondo.

In ogni caso, per un lungo periodo di tempo dal 2001 al 2009, grazie alla formula del “mercato-sociale”, la Bielorussia ha goduto di tassi di crescita del PIL che sono equiparabili a quelli cinesi, senza subire, in un primo momento, gli stravolgimenti della crisi economica, che a partire dal 2008, ha colpito l’intera area OCSE.

Fondamentalmente, le aree della semiperiferia dell’economia mondo, appartenenti a modelli di economie pianificate, hanno continuato ad espandersi, poiché potevano contare sulla non saturazione del mercato interno.

Per certi aspetti, il consolidamento della libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nei paesi dell’uomo di ferro e di marmo, ha spiazzato l’opulenza delle società occidentali, poiché, in primo luogo, i possessori dei capitali hanno preferito investire là dove il ROI, nonostante gli elevati rischi legati alla transizione politica, esprimeva percentuali molto più elevate.

In pochi, forse, rammentano la difficoltà di trovare una serie di prodotti nei canali distributivi di quei paesi, agli inizi degli anni 90 del secolo scorso.

Non c’erano le vetrine per attirare gli allocchi, eppure nessuno di loro è mai morto di fame e di freddo. Sembra proprio che gli homeless siano un primato della società occidentale. Non è proprio così! – dicono gli storici oltranzisti liberisti.

Infatti, questi ultimi si sono sempre difesi, affermando che nell’URSS i vagabondi, gli accattoni e in generale tutti i “parassiti” erano reclusi e quindi costretti ai lavori forzati.

D’altronde, le accuse di tirannia, di brogli elettorali, di purghe per i nemici politici hanno accompagnato il nuovo volto con cui si è presentato Lukašenko, sin dal suo primo insediamento.

Stando, invece, alle dichiarazioni di indagini non sospette (1), i motivi di tanto accanimento nei confronti dei suoi Governi potrebbero risiedere proprio nel successo che l’ha accompagnato per un lungo periodo di tempo.

Da quando ha obbligato il FMI a lasciare il paese, si è guadagnato l’appellativo di dittatore, ma quella decisione è stata avallata dal consenso popolare, in quanto, grazie alla fase espansiva di cui godeva l’intera regione dell’Europa orientale e in virtù del processo di modernizzazione e ristrutturazione degli impianti produttivi di proprietà dello Stato, le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione sono migliorate. (2)

L’aumento del reddito pro capite, l’innalzamento del tenore di vita, il tasso di disoccupazione ufficiale intorno all’1%, il coefficiente di Gini tra i più bassi d’Europa, un sistema sanitario all’avanguardia e pubblico, un livello d’istruzione in grado di affrontare le nuove sfide, eccetera, sono tutti fattori che hanno contribuito a rafforzare il controllo sociale da parte del potere politico e del suo apparato amministrativo.

Il declino dell’uomo della provvidenza

Ora, se è vero che il processo di crescita ha iniziato a rallentare, dopo circa un ventennio dall’ascesa al potere di Lukašenko, non solo per la saturazione del mercato interno, ma anche per via della caduta della domanda internazionale, in seguito alla crisi del 2008, parimenti è anche vero che il modello bielorusso è caratterizzato da profonde incongruenze sul piano dell’organizzazione politica.

Nel 1996, il “Batka” – come viene ironicamente chiamato dal suo popolo - modificò la Costituzione per estendere il suo mandato a 7 anni, successivamente, nel 2004, riuscì ad apportare un’altra variazione che eliminava i limiti ai mandati del Presidente.

Da dove sorge il bisogno di non porre limiti alla carica istituzionale che si sta ricoprendo?

Un eloquente aforisma siciliano recita: «Cumannari è megghiu di futtiri». Per dire che, per le persone che entrano in questa spirale, il piacere di dirigere gli altri supera di gran lunga quello che deriva da ogni altro piacere.

La tendenza a credere di essere insostituibili è molto forte e si è avvolti nel delirio di onnipotenza, si vive nella costante ricerca di reali ed ipotetici cospiratori. Tutto ciò implica un continuo controllo di qualsiasi fonte perturbante, non c’è spazio per il dissenso. Nello specifico, però, Lukašenko è stato più volte abile a sostituire i parlamentari che lui riteneva sleali, è stato in grado di fidelizzare i deputati e di tessere con essi forme di relazioni paternalistiche.

Ha saputo recitare il ruolo del leader solo al comando, che non ha bisogno di aiuto, poiché è sostenuto direttamente dal suo “popolo”, il quale, stando ai verdetti ufficiali, gli ha dato fiducia, anzi una fiducia per tutta la vita.

E questa fiducia, fino ad un determinato periodo, è stata ripagata con il miglioramento delle condizioni materiali di esistenza degli operai delle fabbriche statali e di quelle private, degli insegnanti e dei medici, dei dipendenti pubblici e in generale della stragrande maggioranza della popolazione. Storditi da questo “miracolo economico”, gradualmente, hanno accettato passivamente una riduzione dell’agibilità politica, delegando e concentrando (3) il potere nelle mani dell’uomo della provvidenza.

Ma è evidente che in un simile contesto che si è venuto a creare, non solo siamo lontanissimi dai principi di democrazia partecipativa espressi durante la Comune di Parigi, ma siamo anche distanti dagli espedienti escogitati nella città-stato di Atene, per proteggere quella forma di democrazia dai nemici interni ed esterni. (4)

Secondo i leader delle opposizioni, senza i brogli elettorali, Lukašenko, alle ultime elezioni, avrebbe ottenuto il 3% dei consensi, mentre i dati ufficiali gli hanno attribuito una maggioranza netta. Si ha come la sensazione di trovarsi in una situazione dilaniata dagli estremi opposti, avvolti in un’atmosfera che ricorda il Grande Fratello di George Orwell o in predai a stati ipnotici derivanti dall’uso costante di anestetici.

Ma la mia ipotesi sulla longevità politica del leader bielorusso è collegata, innanzitutto, alla trasformazione del consenso iniziale e spontaneo in sottomissione alla logica del capo, della persona che diventa iper-responsabile. Non si partecipa attivamente alle decisioni politiche, non solo per il fatto che si è persa la capacità di mettere in discussione i provvedimenti che vengono adottati, ma anche e soprattutto per la mancanza di tempo e di spazio da dedicare alle attività che producono le regole della vita associata.

Gli altri due aspetti concomitanti che hanno contribuito alla stabilità e alla lunga durata di Lukašenko sono: la congiuntura economica favorevole e il controllo capillare e la repressione di qualsiasi forma di dissenso, a partire dal 2011.

Ma quest’ultima strategia, di fronte alla trasformazione del dissenso politico in protesta sociale allargata, si sta rilevando fallimentare e rischia di esacerbare gli animi e quindi alimentare e innalzare il livello della violenza.

Insomma, sembra che la parabola discendente del Presidente sia iniziata da molti anni, ma egli continua a rimanere aggrappato alla sua carica istituzionale, non lascia la presa. Cocciuto come un mulo, non riconosce gli errori commessi e non si è reso conto che la sua politica ha cambiato rotta e che è andata contro gli interessi di quelli che lui stesso chiama “gente comune”.

I sostenitori del paradigma del “mercato sociale”, nonostante i contrasti ideologici con la Banca Mondiale e il FMI, hanno progressivamente avviato il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche e hanno introdotto tutte quelle variazioni tese a disgregare lo Stato sociale

Già nel 2004, anche in Bielorussia, si è passati dal sistema di contrattazione collettiva a quello individuale; dal conteggio degli anni, per il calcolo della pensione, sono stati esclusi il congedo di maternità, gli studi universitari, il servizio militare. Così come non poteva mancare la solita cantilena: innalzamento dell’età pensionabile, per colpa del buco demografico!

Nel settore pubblico sono entrati in vigore contratti a tempo determinato. Essi impediscono al lavoratore di lasciare l’impiego, ma consentono al datore di lavoro, lo Stato, di licenziarlo a suo piacimento. I dipendenti dello Stato, con contratti a lungo termine, invece, sono stati costretti a ferie forzate, senza retribuzione.

Ma il provvedimento più assurdo che sfiora il grottesco, nel processo di smantellamento dello Stato sociale, rimane quello che ha scatenato le proteste di massa nel 2017, vale a dire: la tassa sulla disoccupazione. Il solo fatto di partorire l’idea di far pagare una tassa a coloro che nel corso dell’anno lavorano meno di sei mesi, la dice lunga sulla propaganda di questo Governo di schierarsi in difesa dei diritti dei lavoratori.

Del resto, mi sembra di essere giunto alla conclusione che la propagazione dei valori socialisti, nel corso degli anni, sia diventata aria fritta, mentre i monopoli strategici in mano allo Stato, organizzati in forma di società per azioni, una sorta di capitalismo collettivo, hanno eroso i benefici delle classi sociali meno abbienti, al punto di stigmatizzare i disoccupati come “parassiti sociali”.

È ridicolo che si arrivi ad utilizzare il motto del “chi non lavora non mangia”, «Kto nie rabotaiet tot nie iest», nei confronti dei disperati, di coloro che vengono espulsi dal mercato del lavoro, per via degli aumenti della produttività, piuttosto che nei riguardi degli oligarchi e della nuova borghesia emergente.

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Note
 

  1. Nell’autunno del 2010, per esempio, accade che «l’organizzazione TNS Global Research, con sede a Londra, ha intervistato 10.000 bielorussi sul loro Presidente. Il risultato è stato un Lukashenko con una forte popolarità attestarsi a circa il 75%» Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.

  1. Naturalmente, questa situazione economica favorevole è stata supportata anche dagli aiuti ricevuti dalla Russia mediante i vantaggiosi prezzi di petrolio grezzo da raffinare; nel momento in cui il prezzo del petrolio nel mercato mondiale è diminuito, il Cremlino ha eliminato la sovvenzione per la Bielorussia e di conseguenza gli introiti provenienti dagli impianti di raffinazione dell’oro nero sono scemati.

  2. Qualcosa del genere, con tutte le dovute differenze, accade anche nelle fiacche democrazie dei paesi occidentali, qui la tendenza è quella di rafforzare il potere decisionale del Governo e ridurre le prerogative del Parlamento, sostenendo la tesi dell’inefficienza del potere legislativo, per ciò che concerne i tempi e i ritmi della produzione di nuove leggi. Ovviamente, tale affermazione può essere facilmente smentita, se si tiene conto della” giungla legislativa” che viviamo in Italia.

  1. Nella città-stato di Atene, sebbene gran parte della popolazione (gli schiavi, gli stranieri e le donne) non fosse titolare di diritti politici, gli appartenenti alla comunità dei cittadini avevano messo a punto uno stratagemma per allontanare (ostracizzare) coloro che erano diventati troppo potenti. Il nome di Temistocle, per esempio, venne scritto dai cittadini ateniesi sull’ostrakon o ostracon, un pezzo di ceramica che fungeva da scheda elettorale, poiché, dopo la vittoria della sua flotta navale contro i persiani, divenne il politico più influente di quel periodo, ma allo stesso tempo rappresentava un pericolo, in quanto il sospetto di tirannia trasudava dalle sue parole e dalle sue azioni.

Bibliografia

Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.