Il giusto nemico – Carl Schmitt

Inviato da Leo Essen il Mer, 01/04/2020 - 22:47
Crociate

 

Il libro di Carl Schmitt sulla Teoria del partigiano (1962), nonostante un apparente cambiamento di rotta, può considerarsi una estensione della Teologia politica. Non vengono avanzate nuove teorie o argomenti, viene riproposto lo stesso concetto di Politico dei testi degli anni Trenta.
Il sistema ruota sempre intorno alla partizione di amico-nemico e al concetto, mai davvero tematizzato, ma centralissimo, di fronte.
Il nemico, dice Schmitt, è la messa in questione di noi come figure. Se non abbiamo un nemico non siamo nulla, ci dissolviamo nell’aria, spariamo nello spazio puro – astratto – kantiano. Diventiamo un io luminoso, ma impotente, inefficace, incapace di accedere alle beghe quotidiane. Avere sempre buoni nemici rende uomini, figure, persone.
Il nemico, dice, si situa sul mio stesso piano. Mi devo scontrare con lui per acquisire la mia misura, il mio limite, la mia figura.
Tutti i movimenti che cercano di assimilare nell’indistinzione amico e nemico; tutti i movimenti universalizzanti, che partono dalla rivoluzione francese, dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo, dunque, dall’illuminismo; tutti i movimenti che cercano di togliere la frontiera tra amico e nemico, dunque, anche la scienza e la tecnica, con i loro strumenti di distruzione di massa, i bombardamenti aerei, la bomba atomica, la produzione in serie, eccetera; tutti questi movimenti, in quanto eradicano la differenza tra amico e nemico, sono movimenti spoliticizzanti.
L’illuminismo è ciò che sradica dal suolo, è ciò che snatura, soprattutto quando si identifica con l’aggressività assoluta di un’ideologia tecnicizzata o di una rivoluzione mondiale.
L'illuminismo, la macchina e la globalizzazione (o
il mondialismo) non sono il nemico. Sono ciò che toglie il nemico, sono l’assoluto, il totale e il totalizzante. Sono ciò che toglie ogni differenza, sono ciò che rende tutti uguali. Il concetto di umanità, dice Schmitt, è uno strumento ideologico dell'espansione imperialista, e, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico. I concetti universali di umanità, di terra o di mondo sono estranei alla politica. Quel che viene chiamato globalizzazione è una strategia di spoliticizzazione al servizio di interessi particolari.
Se qui
si avverte una certa aria post-moderna o pensiero-debole, non ci si sbaglia.
C’è una paura, la paura del nemico, la paura della guerra, persino la paura di essere uccisi in duello, che è comunque una paura minore, una paura che rende virili, una paura che fa dormire la notte. Poi c’è
una paura maggiore, che tiene svegli e in ansia, la paura vera, la vera Unheimliche, che, dice Schmitt, fa tabula rasa, ed è la paura dell'illuminismo, della scienza e della tecnica – paura della verità. In una regione investita dai moderni mezzi di distruzione, dice, tutti morirebbero, amico e nemico, regolare e irregolare.
Questo nemico
maggiore, per così dire, invisibile, come il Dio ebraico, crudele, cieco davanti al dolore e alle differenze, indifferente verso la differenza, verso il nobile o il plebeo, non è un nemico, perché, seppure illuminato, non è esperibile, non entra nella partitura amico-nemico, non è il duellante, non è l’altro che mi riconosce in una logica servo-padrone.
I
l nemico è sempre il nemico empirico, concreto, particolare, riconoscibile. È il combattente in guerra.
Il diritto classico di guerra, dice Schmitt, stabilisce chiare distinzioni – innanzitutto fra stato di guerra e stato di pace, fra combattenti e non combattenti, fra nemico e criminale comune. La guerra è condotta da Stato a Stato come una guerra di eserciti regolari, statuali, fra due dispositivi sovrani di uno
jus belli, che anche in guerra si rispettano come nemici e non si discriminano vicendevolmente come criminali, cosicché una conclusione pacifica è possibile, anzi rimane perfino la normale, ovvia conclusione della guerra.
La guerra dello
jus publicum Europaeum era, dice, una guerra inter-statale condotta da un esercito regolare contro un altro esercito regolare. Il carattere «regolare», dice, si manifestava nell’uniforme.
Il nemico giusto,
dice Schmitt, è il soldato in uniforme.
Ora, è evidente, ma per Schmitt non conta, che in ogni guerra,
le rappresaglie contro i civili, gli stupri, i saccheggi, i soprusi e le violenze contro chi non indossava un’uniforme; che le azione di spionaggio, di sabotaggio, eccetera, dietro le linee nemiche, ma anche tra le linee dei cosiddetti amici, sono sempre state all’ordine del giorno, tra i soldati di eserciti regolari, in divisa o in incognito.
I
l nemico vero («Der wirkliche Feind»), più esattamente, il nemico effettivo, concreto, il nemico giusto, è il nemico che mi sta di fronte e mi affronta al fronte. Nella teoria della guerra, dice, si tratta sempre di distinguere esattamente l’inimicizia (Unterscheidung der Feindschaft). In relazione al Concetto di guerra, l’inimicizia (Feindschaft) è concetto primario. Non c’è guerra, guerra in senso proprio, dunque guerra giusta, senza un nemico vero, effettivo (wirkliche Feind).
Ma i nemici,
come si è visto, non sono tutti uguali. Ci sono i nemici in uniforme, i nemici giusti, e poi ci sono i nemici senza uniforme, ovvero i nemici ingiusti o nemici assoluti (absoluten Feind). Se si vuole limitare o circoscrivere la guerra, bisogna distinguere i nemici veri dai nemici assoluti.
C
hi è il nemico assoluto?
Il vero nemico (
Der wirkliche Feind) non viene considerato un nemico assoluto (absoluten Feind), e nemmeno un nemico dell’umanità in generale.
Il nemico assoluto è il nemico (o l’amico) dell'umanità in generale. Il nemico assoluto
si manifesta nel pericolo nucleare, pericolo, per così dire, democratico, pericolo che non risparmia nessuno. Lo sviluppo tecnico-industriale, dice, ha infatti potenziato le armi dell’uomo fino a farne mezzi di annientamento totale. Questi mezzi distruttivi assoluti, dice, richiedono un nemico assoluto, se non vogliono apparire disumani. Devono bollare la parte avversa come criminale e disumana, come un disvalore assoluto. Altrimenti sarebbero essi stessi dei criminali e dei mostri.
Non si può non leggere, sotto traccia, una forte polemica contro gli Alleati, contro le loro azioni,
quali la distruzione totale di Dresda, per esempio, azioni giustificate, appunto, secondo Schmitt, dall'idea di combattere un nemico assoluto - il nazismo.
I
n questo caso, dice, l’inimicizia diventa così terribile che forse non è più nemmeno lecito parlare di nemico e inimicizia. L’annientamento diventa del tutto astratto e assoluto. Non si rivolge più contro un nemico, ma è ormai al servizio solo di una presunta affermazione oggettiva dei valori più alti – per i quali, notoriamente, nessun prezzo è troppo alto.
Mentre il vero nemico, essendo un
wirkliche Feind, si pone dal lato della contraddizione determinata, il nemico assoluto si pone dal lato dell’astrazione, della sostanza.
In questo discorso, che vuole essere storico dall’inizio alla fine, l'eliminazione o la distruzione (
Vernichtung) del nemico giusto, rappresenta anche la fine della storia.
Mentre, invece, l
a contraddizione determinata non dà come risultato il nulla. Nega qualcosa di determinato e restituisce un risultato positivo. La determinazione è negazione (determinatio negatio est), perché nell’atto in cui qualcosa si disegna nella sua individualità propria, essa separa e nega da sé ciò nei cui confronti si differenzia. Ma ciò che viene escluso, che è il suo negativo, non può essere buttato via come inessenziale; al contrario, solo includendo nella determinazione della cosa anche ciò che la nega determinatamente si arriva a conosce la cosa nella sua verità.
Nella distruzione o nell’annientamento totale del nemico Schmitt vede non soltanto la fi
ne del Politico, ma anche la fine della storia.
Questa precisazione è importante. Perché mostra la vicinanza stretta tra Schmitt e Hegel. Il nemico deve essere combattuto. Su questo non c’è dubbio. Ma il fine giusto del combattimento non è la soppressione del nemico, perché sopprimendo il nemico, va da sé, si sopprime anche l’amico.
Il nemico, dice Schmitt, è colui che mi riconosce.
Il nemico deve essere tolto, ma senza essere soppresso.
Non deve essere soppresso, in quanto non è sostenibile un'elevazione, per così dire, astratta. Una tale elevazione sarebbe totalizzante, eliminerebbe la differenza tra i differenti, eliminerebbe ciò che si vuole elevare. C’è bisogno di una elevazione che non sopprima le differenze, ma le conservi, le neghi conservandole – aufhebung.
Il nemico
giusto non è il criminale di guerra che deve essere giustiziato a Norimberga, non è Saddam Hussein, non è Bin Laden o Gheddafi. Il nemico giusto non può essere trattato come un comune criminale e messo alla sbarra, giudicato e giustiziato. Il nemico giusto è sovrano, non un sovrano astratto, ma un sovrano concreto. Un sovrano che mi eleva, e che mi tiene in questa elevazione sinché rimane preso nell’azione di questa elevazione. Questa elevazione mi permette di trascendere la mia realtà data, ed essere più e altro di un ente meramente vivente.
Il popolo deve rischiare la sua vita, non deve esitare a lasciarsi distruggere come popolo empirico per diventare un popolo libero, vale a dire un popolo in senso stretto. Questo è possibile solo nella guerra. Condizione dell’etica, la guerra non appartiene più all’ordine dei fenomeni naturali, essa manifesta la coscienza, lo spirito, la cultura. Un popolo che ha paura della guerra ritorna all’animalità, vuole salvare la sua vita, la sua salute naturale e biologica; ma alte
ra la sua vita spirituale e la sua salute etica.
Se il popolo ripudia la guerra ritorna alla naturalità empirica. La guerra preserva la salute etica dei popoli, impedisce al popolo di decomporsi. Mentre nella putrefazione, nel ritorno alla natura inorganica, il popolo perderebbe il suo nome e la sua faccia, la sua figura, la sua forma. Non starebbe in piedi, virile.
Dal momento che i concetti di politico, di nemico giusto e di guerra giusta, o di autonomia politica, sovra-determinano ogni altro rapporto, o ogni altra regione, tutto deve essere sottomesso a tale rigenerazione guerresca: mondo del lavoro, del bisogno, del godimento. Avanza la necessità, o l’ossessione, di subordinare l’economia politica e la sua scienza al dominio della totalità etico-politica, attraverso l’esposizione alla morte.
Ci si classifica attraverso il proprio nemico - scrive Schmitt in prigione. Ci si inquadra grazie a ciò che si riconosce come inimicizia. Cattivi sono certo gli annientatori (Vernichter) che si giustificano adducendo che gli annientatori vanno annientati. Ma ogni annientamento, dice, non è che auto-annientamento. Il nemico invece è l’altro. Ricordati delle grandi proposizioni del filosofo [il riferimento implicito è a Hegel]: il rapporto con se stessi nell’altro, questo è il vero infinito. La negazione della negazione, dice il filosofo, non è una neutralizzazione; al contrario, il vero infinito ne dipende. Ma il vero infinito è il concetto fondamentale della sua filosofia.
In questo approfondimento hegeliano, si arriva alla dissoluzione di quel fronte tra il nemico e l'amico, o meglio, al suo dislocamento. La linea non passa più tra l’amico e il nemico.
Chi può essere il mio nemico? - si chiede Schmitt.
Evidentemente, risponde, soltanto colui che può mettermi realmente in questione. Solo io stesso. O mio fratello. Ecco. L’altro è mio fratello. L'altro si rivela fratello mio, e il fratello, mio nemico.
Non si tratta di una domanda teorica. Come in Hegel, ciò che mi mette in questione – l’altro – è un altro determinato. Ciò che mi mette in questione è un atto di guerra. Non ci si interroga sul nemico, senza subirne l’invasione, senza esserne invasati, se non proprio invasi.
Questo nemico proprio, questo nemico giusto, così come l’amico proprio o l’amico giusto, e qui bisognerebbe meditare con attenzione sia
sull’inizio della Grande Logica, sia sull’inizio della Fenomenologia, cadono uno dentro all’altro. Il fronte non cade tra l’uno e l’altro, ma nell’uno e nell’altro. Il nemico è se stessi. Io sono per me stesso il mio nemico.
Il quadretto messo su da Schmitt si sgretola.

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Carl Schmitt, Teoria del Partigiano, 1962.

 

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